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Trailer Fight #14: Sono pensionato e mi sento inutile

Domenica, 25 Luglio 2010

La via della pensione è una via dura, si sa. Ed è un argomento talmente importante che Five Obstructions già lo trattò con una variazione ad essa dedicata. Poveri pensionati: messi in un angolo senza nulla da fare con il contentino della pensione. Risolleviamoci il morale visto che, con i tempi che corrono, presto questa piaga della pensione sarà solo un brutto ricordo e potremo renderci utili per la società fino ed oltre gli ottant’anni. No: fare il bloggher non conta, è inutile che ci proviate.

C’è però chi anche di questi tempi combatte questa terribile malattia. Chi non si rassegna di fronte al passare del tempo e decide che il mondo ha ancora bisogno di lui, volente o nolente. E così, se nella variazione a cui mi riferivo prima, parlavamo di registi che ben oltre l’età pensionabile continuano a lavorare a denti stretti e ad evolvere il proprio linguaggio, ora parliamo di una reazione spinta dalle stesse motivazioni, ma attraverso mezzi diversi. Una delle reazioni tipiche all’invecchiamento è infatti la negazione: “Non è vero che sono diventato un rottame, ho ancora la forza dei miei vent’anni”.

(Purtroppo, per dirla con Marcellus Wallace, “Questa è una merdosissima realtà della vita, ma è una realtà della vita davanti alla quale il tuo culo deve essere realista. Vedi, questa attività è stracolma di stronzi poco realisti che da giovani pensavano che il loro culo sarebbe invecchiato come il vino. Se vuoi dire che diventa aceto, è così; se vuoi dire che migliora con l’età, non è così”). Pertanto gli ostacoli sono:

  • Trailer
  • Film con protagonisti/attori anzianotti
  • Film con protagonisti/attori che cercano di negare il proprio invecchiamento

Tra gli sfidanti di oggi abbiamo due grandi icone degli anni ‘80. Da una parte c’è un film attesissimo da molti amanti dell’action duro&ignorante di quegli anni. Si tratta di The Expendables, l’ultimo film di Stallone che punta a riunire tutta la vecchia cricca. Dall’altra parte c’è RED (Retired Extremely Dangerous), che vede come protagonista l’inossidabile Bruce Willis. Questa si preannuncia essere finalmente una lotta interessante tra pesi massimi in questa rubrica da sempre un po’ troppo fighetta. Fuoco alle polveri, dunque.

The Expendables

RED

The expendables è figlio di un sentimento di totale insoddisfazione di certo pubblico di fronte ai tempi moderni. Mancano, da svariati anni, i duri che più duri non si può, mancano gli Schwarzenegger, i Rambo, i John McLane. E’ un sentimento diffuso tra chi ha amato il commerciale d’azione degli anni ‘80, che è svanito come neve al sole, disintegrato dai colpi dell’action orientale (Hard boiled). Stallone decide di metterci una pezza, costruendo un’infrastruttura ripiena di ricordi di muscoli e testosterone e nulla più. C’è veramente pochissima carne al fuoco in questo trailer. Solo un’ostentazione esagerata del passato che non può ritornare. E non è che non possa per ragioni filosofiche, semantiche o vattelapesca culturali. No, il punto è molto più semplice. Se l’industria di Hollywood ha capito che l’action anni ‘80 non ha più senso di esistere significa semplicemente che è una necessità commerciale e nulla più. Quel tipo di cinema è un relitto perché non incassa e non perché la congiura dei critici snob ha deciso che il pubblico non si debba più divertire. E mentre perfino uno come Van Damme sa riciclarsi in JCVD, o Jackie Chan in Shinjuku incident, null’altro hanno da dire i vari Lundgren, Li e soci. Tra gli unici a guadagnarci qualcosa spicca forse il solo Statham che tra Crank e questa apparizione ha saputo certamente costruirsi il suo pubblico andando a ripescare qualche extra anche tra coloro che vivono ancora sognando le carrozze a cavalli nel mondo delle automobili. Inspiegabile questa recessione di Stallone dopo il pur bello Rocky Balboa.

I pensionati di RED sono di tutt’altra pasta. Il loro far finta di non invecchiare è molto diverso. Innanzi tutto c’è una certa dose di umorismo e autoironia che non guasta mai. E che è del tutto assente in The expendables. In questo impietoso sguardo verso loro stessi c’è la piccola sequenza di inquadraure su un Willis nullafacente che da sola ha più sugo degli interi due minuti del trailer di Stallone. Secondariamente c’è da notare come questa banda di pensionati sia comunque composta da attori veri. Da gente che è in grado davvero di assumere un’espressione diversa dalla stessa faccia, da chi ha capito che esistono anche modi diversi di girare una scena d’azione che non contraendo tutti i muscoli facciali possibili e far vedere rugose vene iperpompate. Capace di pronunciare la trita battuta di quanto sia buona la vecchia scuola senza però sembrare (troppo) dei cliché su due gambe. Il gusto colorato e giocattoloso da cinecomics alla Joker del Batman di Tim Burton (soprattutto nel personaggio di John Malkovich) fa il resto. Perché sta tutto qui il merito di RED: quello almeno di essere meglio sincronizzato con i tempi e di saper cogliere con la giusta ironia i caratteri del fumetto che hanno dominato la decade cinematografica appena passata. Probabilmente RED non sarà un film memorabile, d’altronde stiamo parlando del tedescone che sta dietro Tattoo e Fightplan. Ma per battere questo Stallone ci vuole proprio poco.

Inutile dire da che parte pende la mia bilancia, no?

Saluti,

Michele

Sant’Antonio Horror (l’hanno fatto davvero!)

Sabato, 10 Luglio 2010

“I am Mr. Abbas Abacha the third son of Late General Sani Abacha, Nigeria former Head of State and Commander in Chief of the Armed Forcesy. I consider you reputable and trustworthy enough to assist me in receiving the sum of USD $27 Million (Twenty Seven Million U.S. Dollars). I have equally agreed in principle to offer you 25% of the fund for your services.”

Ah che tempi. Ve li ricordate? Era il 2000 o giù di lì quando email come questa cominciavano a fare il giro del mondo nelle caselle di posta di noi poveri sventurati. Promesse di ricevere milioni e milioni di dollari sul proprio conto in banca per non fare assolutamente niente. I bei tempi in cui il phishing non era ancora abbastanza furbo da far finta di essere minimamente preso sul serio.

Eppure, incredibile dictu, come c’è gente che compra il viagra su Internet solo perchè legge un messaggio di spam, c’è perfino gente che è cascata in questi messaggi talmente ridicoli che non me la sento nemmeno di chiamarle trappole. E non sono nemmeno pochi (com’è che faceva quel detto sulla mamma degli imbecilli?). Controllate un articolo della BBC del 2006 se non ci credete.

Ma ecco che arriva la rivelazione tragica. Hanno fottutamente ragione loro. E il cinema se ne è accorto e ne dà conferma. E’ arrivato, inaspettato come un democristiano che si costituisce (questa battuta aveva come data di scadenza il 1993, porc! Devo smetterla di rifornirmi da Paolo Rossi), il film sull’assassino delle catene di Sant’Antonio! Vedere il trailer per credere.

Che dire? Complimenti per il coraggio. Francamente un horror parodia sulle catene di Sant’Antonio avrebbe tutte la carte in regola non solo per essere divertente, ma pure con un gustosissimo sapore di modernità sul malocchio del XXI secolo. A patto che fosse un po’ più legato alla realtà dei fatti (cos’è quell’orribile grafica della lettere? Molto meglio far vedere una schermata di Outlook!), magari con quel giusto mix shakerato tra The ring e Final destination. E invece no, sembra essere il solito Jason dei poveri qualunque. Preannunciata delusione.

Per fare un film realmente gagliardo si sarebbero dovuti ispirare alla parodia delle catene di Sant’Antonio pubblicata sul blog di Paolo Attivissimo:

Meo Smazza, pornodivo shakespeariano, non diede alcun peso a questa mail: ignoti gli riempirono un profilattico di azoto liquido, e lui se ne accorse solo dopo averlo indossato.”

Questo sì che pagherei per vederlo sul grande schermo. O forse no. Sta di fatto che ormai la mania sono mesi che dilaga anche su Facebook, con l’ovvio aumento esponenziale di boccaloni che credono di vedere il proprio omino di MSN diventare da giallo a blu (ma si può? … ).

Ora scusate ma devo andare a ricaricare la PostePay che sento un irrefrenabile desiderio di enlargiare il mio penis.

Saluti,

Michele

PS:

Trailer Fight #13: Internet White knight

Sabato, 19 Giugno 2010

L’Internet White Knight è una figura mitologica del web che è nata con le comunità online e prospera attorno ai branchi delle attention whores. L’internet white knight è quel figuro che prende le più spassionate difese delle ragazze esibizioniste in forum e social network. Attaccate per il fatto di voler essere al centro dell’attenzione con ammiccamenti, foto discinte, spam e perfino cose peggiori, il white knight ne prende le difese anche nei casi più indifendibili, con più o meno evidenti doppi fini (bibliografia minima). O, per metterla giù semplice:

La Trailer fight di oggi non è espressamente dedicata a questa figura mitologica del web, ma a trailer di film che ne contengono una specie di versione combattiva. Togliamo “Internet” e teniamo “White knight” ovvero colui che lotta per la salvezza, ma soprattutto la conquista, della pulzella di turno. Un assunto piuttosto banale, ormai non siamo più nei tempi de le donne, i cavalier, l’arme, gli amori. Eppur queste cose accadono ancora nelle nostre adorate produzioni cinematografiche. E’ ancora tutto fermo e immobile o qualcosa si sta muovendo? Ecco gli ostacoli che ci accompagnano per la strada:

  • Trailer
  • Film con protagonisti adolescenti al liceo
  • Film con scene di combattimenti estremi
  • Film incentrati sul rapporto di amore tra un ragazzo e una ragazza
  • Film in cui il protagonista deve combattere per la sua bella

Uao. Cinque ostacoli. Sebbene la ridondanza sia palese, questa volta ci siamo andati pesanti. I due film che si sfidano, in tutti i sensi possibili, sono entrambi figli della volontà di soddisfare una ben precisa fetta di pubblico. All’angolo rosso abbiamo Twilight: Eclipse, e non c’è bisogno di specificare a quale fetta di mercato io mi stia riferendo. Tra l’altro faccio notare che questo è una specie di ritorno alle origini, perchè il primo episodio della saga di Twilight fu protagonista (perdente) della prima trailer fight. Lacrimuccia. A contendergli la cintura di campione all’angolo blu c’è il nuovo film interpretato dall’icona indie Michael Cera: Scott Pilgrim vs the World, e dalla scelta del protagonista anche in questo caso il target è ben più che chiaro. E ora che le presentazioni sono state fatte, ecco il suono della campanella e l’inizio del massacro:

Scott Pilgrim

Twilight Eclipse

Io DEVO cominciare a parlare di Scott Pilgrim vs the World perchè proprio non riesco a trattenermi. Perchè non è solo il fatto che questo film riesce ad essere qualcosa di abbastanza originale nel genere delle diatribe adolscenziali da cotte. E questo è già un bel punto a suo favore, mica era facile. Ma perchè il caro Edgar Wright, autore di due mai troppo esaltate perle come Shaun of the dead e, in misura minore, Hot fuzz, è uno che sa fare fottutamente bene il suo lavoro. Di più: è uno di noi. E’ una persona che ha vissuto cibandosi costantemente di quella cultura pop sotterranea fatta di film horror, azione, fumetti e videogiochi. E la composizione stilistica a torneo, quella visuale con la grafica pixellosa urlano questa passione per il sotterraneo. Trama ed espressione da coin-up, one liner pungenti e ammiccanti (”What are you doing?” “Getting a life”, come la tagline del film: “An epic of epic epicness”) e un utilizzo maturo e significativo della computer grafica da sbandierare sotto gli occhi di chi ancora ha pregiudizi nei confronti delle nuove forme di espressione preferendo acriticamente una reazionaria nostalgia per il passato. Il male non è la computer grafica, ma l’utilizzarla male. Anche i pupazzi di gomma facevano schifo se a utilizzarli era qualcuno non in grado di farlo. Gli unici dubbi che si possono sollevare rispetto a un’operazione del genere sono quelli dovuti all’esperienza: troppi trailer fantastici si sono rivelati lungometraggi in cui tutto il meglio che avevano da dire era nel promo di due minuti. E a favore di questa ipotesi c’è l’assenza di Simon Pegg alla sceneggiatura, che con Wright ha per ora dato vita a uno duo superiore alla somma dei due talenti presi singolarmente. Ma per questo si giudicherà il film finale: come trailer Scott Pilgrim rasenta la perfezione.

Non aspettatevi un paragrafo così ricco di spunti ed esaltazioni anche per Twilight: Eclipse. Non è questione di pregiudizio o altro (pregiudizio che è comunque la base fondante delle trailer fight, sia ben chiaro). Ma perchè al terzo episodio di una serie e all’ennesimo trailer che prospetta la solita minestra riscaldata non ci si può aspettare più niente di nuovo. Siamo sempre di fronte alla solita solfa alla Harmony vampiresca in cui la bella di turno è tormentata da superuomini che lottano per le di lei grazie. La solita epica da soprammobile femminile per cui la massima aspirazione della donna è essere oggetto di conquista da parte di due superuomini dai superpoteri. Mi chiedo se alla fine il vincitore poi la accompagni a fare shopping e le porti montagne di scarpe e vestiti con la sua superforza. Insomma, alla fine avrei potuto fare tranquillamente il copia-incolla dal commento scritto per la primissima trailer fight. Non l’ho fatto per una semplice ragione: in questo caso c’è un assai fioco spiraglio di luce. Alla regia infatti c’è David Slade. Non un genio, sia ben chiaro, ma 30 giorni di buio aveva il suo perchè. Per non parlare del ben più sorprendente (e, in qualche modo, assolutamente antitetico alla filosofia di Twilight) Hard candy. Non credo che uno come Slade abbia la forza, chessò, di un Cuaron che fu in grado di dare una svolta assolutamente inaspettata, e di grande qualità, a una serie che viaggiava su due binari ben profondi e quasi inattaccabili. Quindi probabilmente Eclipse non sarà quello che Il prigioniero di Azkaban fu per Harry Potter, ma almeno ci si può sperare.

Scott Pilgrim oltre a battere il resto del mondo si fa beffe anche di licantropi e vampiri, almeno in questa trailer fight.

Saluti,

Michele

Trailer Fight #12: What good is science… Reloaded

Domenica, 9 Maggio 2010

Ritorna su queste pagine uno dei temi che più appassiona la contorta mente dei gestori di FiveObstructions. Ritornano gli scienziati pazzi con le loro follie nocive alla salute. D’altonde è una piccola rivalsa contro la vita di tutti i giorni del povero schiavo di Borissiana memoria. La trailer fight di oggi non è altro che la versione a promo di una variazione pubblicata mesi or sono (in realtà anni, mio dio sto invecchiando). Perciò gli ostacoli sono copiati pari pari da quella volta. E non lamentatevi, che per una volta anche la mia schizofrenia è pigra e non mi/vi complica la vita…

  • Trailer
  • Horror / Fantascienza
  • Film con protagonista uno scienziato
  • Film con protagonista un criminale

L’autore di uno dei due trailer qui presentati è uno a cui sono particolarmente legato. Splice infatti è girato da Vincenzo Natali, autore di tante belle cose, che risultavano essere originali quando nessuno se lo sarebbe aspettato. A contendergli la vittoria oggi è un film olandese che parte da premesse assurdamente surreali: The human centipede.

A voi i trailer, con l’avvertenza che il materiale questa volta è abbastanza pesante e underground, quindi caricate i video solo se ve la sentite veramente.

Splice

Human centipede

Entrambi i film prendono la loro idea iniziale dal concetto dell’etica scientifica, dal motto “Just because you can, it does not mean you should”. Splice tuttavia fin dal trailer si conferisce un’aura di serietà. Non tanto in quello che viene rappresentato, che è forse perfino più esagerato del suo concorrente di oggi, ma del come. Abbiamo due protagonisti che si suppone essere scienziati seri. Abbiamo un problema attuale: da una parte degli orizzonti di possibilità utili, dall’altra un’umanità da preservare e garantire. Natali declina tutto secondo la logica di un horror consapevole. Da esperto cineasta che sa il fatto suo, mescola sapientemente svariati clichè a tecniche consolidate, con anche qualche spruzzata hitchcockiana. Tuttavia pare rimanere schiavo del genere che si sceglie. Per quanto i passi di sceneggiatura appaiano sagaci e legati a doppio filo con la realtà che abbiamo intorno, lo sviluppo non pare promettentissimo come l’alienazione del lavoro vista in Cube o l’odio che trasforma in nulla di Nothing.

Viceversa The human centipede, a partire dal titolo stesso che si sceglie, spiana la strada a tutt’altri sviluppi. Nulla presente in questa pellicola ha l’ambizione e la volontà di essere preso sul serio. L’assurdità del millepiedi umano si commenta da sola, così come l’evidente recitazione di Dieter Laser: talmente sopra le righe da fare il giro dall’altra parte e tornare da sotto. Il film dell’olandese Tom Six è parodia: tutto ciò è lampante dal primo all’ultimo secondo di trailer. Fa parte della parodia horror “anni ‘00″ alla Eli Roth: nessun background dei personaggi (le due ragazzette si sa già che avranno spessore pari a zero), violenza assurda e immotivata, ironia e satira verso lo slasher classico. E una strizzata d’occhio anche alla storia del cinema. Anche in tal senso il satirico “100% medically accurate” lo si inquadra come presa in giro dello spettatore (superficialmente) o come arguta citazione delle vecchie locandine degli horror fantascientifici degli anni che furono, ricordo alcune locandine che regitavano slogan come “100$ al primo che dimostra che non può succedere” o cose del genere.

Insomma: per quanto ami Natali e per quanto questo Tom Six non sembri un cineasta di spessore come il canadese dal cognome italianizzante, per questa trailer fight preferisco The human centipede. Una satira paradossale e quasi mai vista prima la preferisco sempre a una serietà circostanziata ma senza guizzi di originalità.

Saluti,

Michele

Trailer Fight #11: The Real Rocknrolla

Martedì, 9 Marzo 2010

Prendo in prestito il titolo del (probabilmente) fittizio sequel del penultimo film di Guy Ritchie per questa nuova trailer fight fiammante e trasgressiva. Oggi parliamo di tre cose, che vanno solitamente di pari passo: gioventù, ribellione e rock. Sembra quasi di essere tornati indietro nel tempo a sentire queste parole. Il cinema, fortunatamente, sa farlo molto meglio dell’umanità. Gli ostacoli di questa trailer fight sono dunque:

  • Trailer
  • Storie di ribellione
  • Storie con protagonisti giovani
  • Storie in cui il rock ha un ruolo importante

Quali film prossimi venturi soddisfano queste quattro regole? Probabilmente molti, ma ho deciso di sceglierne in particolare due che pur avendo così tanti punti in comune riescono ad essere dei prodotti diversissimi. Il primo è un film iraniano, dalla produzione sofferta tanto quanto le vicissitudini dei suoi protagonisti: No One Knows About the Persian Cats. Il secondo è un classico teen rock movie statunitense, con protagoniste le due ragazzine emergenti come belline e perfettine: Dakota Fanning e Kirsten Stewart si dividono la leadership di The Runaways.

No One Knows About the Persian Cats

The Runaways

L’iraniano No One Knows About the Persian Cats è una storia che pare avere ben poco di originale. Questa è una considerazione triste non tanto per il mondo del cinema quanto per quello reale: le storie di regimi oppressivi sono ormai talmente scontate da essere stereotipo dell’umanità. Vedendo il trailer la mente corre senza troppe difficoltà a un altro affresco ben realizzato del regime iraniano, quel Persepolis attraverso cui Marjane Satrapi aveva tanto, forse troppo, da dire. La storia che traspare da questo film pare essere dipinta con molta più efficacia. E’ una storia con cui finalmente si riesce a dire qualcosa di sensato e attinente alla parola “indie” (e questo, credetemi, è tutt’altro che scontato): indipendenza da un regime, che sia politico o culturale. La bella scena che si annuncia, del concerto sotterraneo schermati da un protettivo pavimento, dà un ulteriore motivazione semantica all’altra parola, l’underground, che rende il rock così affascinante. Indipendenza, ribellione, pericolo, segreto: questo film sembra avere tutto per essere un dipinto del vero rock’n'roll che fa infiammare e appassionare la gente. L’unico rischio è che la scuola iraniana lo influenzi troppo, perchè uno stile di ripresa alla Samira Makhmalbaf o alla Jafar Panahi (che comunque non sembra avere) non gioverebbe molto a questo genere di film, che nasce come una freccia rivolta all’Occidente per colpire il se stesso Orientale.

The Runaways ha apparentemente tutto quello che il nostro immaginario collettivo di rock contiene. Hot chick, ribellione giovanile, party esagerati, orde di fan urlanti. Tuttavia si vede che c’è qualcosa che non va. E’ un rock della decadenza finale, che si nutre solo di un autarchico se stesso, perdendo tutte le cariche di liberazione che vorrebbe avere. Dakota Fanning che si pittura la faccia in apertura è uno sciocco clichè, e il trailer prosegue nel mostrarci una storia senza alcuna capacità eversiva. Il target del film è chiaro: guardare le cosce di due giovanissime bonazze emergenti e rimanere intrappolati nel sogno di essere una rock star. Nel desiderare e sognare di essere al loro posto, al centro dell’attenzione. Mi gioco senza alcun problema il futuro ravvedimento dell’una e perdizione dell’altra, come se avessi già visto il film. Decadenza dunque: finto rock, finto spirito ribelle. Vero conformismo e guinzaglio che il Potente, come insegna il pur pieno di difetti School of rock, sa usare in maniera assai subdola.

Anche io sono stupito, ma quest’oggi l’Iran batte gli Stati Uniti.

Saluti,

Michele

The Kinematograph(s) [Online]

Domenica, 24 Gennaio 2010

Vi ricordate di Tomek Baginski? Ne parlai un anno fa “recensendo” uno dei suoi corti più apprezzati in giro per la rete: Fallen Art. Il talentuoso animatore polacco torna alla ribalta sulle pagine di Five Obstructions a causa della mia scoperta del trailer del suo terzo cortometraggio animato. Scoperta che, a giudicare dal logo del festival di Venezia sul sito ufficiale, si rivela essere come sempre tragicamente in ritardo.

Prima di qualsiasi altra considerazione, guardiamoci il trailer:

La prima impressione che se ne ha è una certa mancanza dell’estro un po’ anarchico che invece caratterizzava Fallen art. Di opere riguardanti inventori del cinema o presunti tali è piena la storia della settima arte. Da docufiction più o meno riuscite (I fratelli Skladanowsky) a horroracci senza grosse pretese (Imago mortis). Dal trailer di questo Kinematograph non sembra venire nulla di granchè nuovo, a parte il trattare il tema in maniera delicata e, forse, matura (cosa che ultimamente pare essere stranamente rara e innovativa). Resta però una resa visiva al solito incredibilmente ben curata e personale, a livello della Pixar. Al comparire in scena dell’incendio, per una frazione di secondo, ho avuto un riflesso pavloviano d’altri tempi.

Per farmi perdonare il vergognoso ritardo e la vergognosissima pigrizia, vi aggiungo un po’ di chicche per gli amanti dell’animazione in computer grafica. Andiamo ad esplorare un po’ il mondo dell’animazione polacca. Suona eccitante, non è vero? :)

Il primo regazzino su cui ho posato gli occhi è Grzegorz Jonkajtys. Ragazzino mica tanto, visto che questo accademico di belle arti di Varsavia è del 1972. Jonkajtys ha partecipato, in qualità di animatore dipendente di un’azienducola sconosciuta come la Industrial Light&Magic, a un buon numero di produzioni cinematografiche. Che vanno, in qualità, dagli abissi infernali de La leggenda degli uomini straordinari a monumenti del trash come Snakes on a plane, dalle visioni magnifiche di Guillermo Del Toro (Il labirinto del fauno) ad eccellenti lavori rovinati da scelte produttive scellerate (The mist). Se Jonkajtys mi interessa è però soprattutto per il fatto che si diletta anche a prendere in mano in prima persona le redini di un intero lavoro. E quindi vi presento il trailer dell’ormai imminente 36 Stairs:

Sembra intrigante. Un po’ Brazil, un po’ eXistenZ, vedremo cosa ne uscirà fuori alla fine. Di Jonkajtyssi si può recuperare in giro per la rete, per farsi un’idea, anche Legacy and Ark, che non sto qui ad includere per non appesantire troppo il post. Visto Legacy si può capire come il ragazzo polacco sia un maestro visivo, ma anche come a livello di scrittura, forse, dovrebbe cercare di sforzarsi un po’ di più. Legacy ha le sue idee, anche intriganti, ma sviluppo e scioglimento non sono quello che si dice essere un buon lavoro di sceneggiatura. Vedremo quindi quanto le due fonti di ispirazione di 36 Stairs sapranno essere amalgamate e sviluppate o se rimarranno citazioni sterili.

Da ultimo parlo di Rafał Wojtunik, già coinvolto da Baginski per il design di Fallen Art. Wojtunik è stato responsabile tra le altre cose degli effetti visivi dell’Antichrist del nostro amatissimo Von Trier. Più precisamente si è occupato del design delle ambientazioni, in particolare la foresta, e del concept visivo delle creature. Qualche illustrazione per capirne la pasta:

That’s all. Sono perfettamente cosciente del fatto che un post di immagini e video nell’era della condivisione social di Facebook sia una cosa un po’ inutile. Forse in origine avrei voluto cogliere l’occasione per parlare dell’evoluzione qualitativa del video streaming online. Youtube ha di recente potenziato l’opzione “HD” presente da qualche tempo nel suo player, per portarla alla risoluzione di 720p. Ed è una gioia per gli occhi vedere per credere: selezionate 720p e godete. Inoltre mi sarebbe piaciuto molto sperimentare il player nuovo, ma dovrò aspettare che quei culattoni a Mozilla si decidino a dare un supporto vero all’HTML5. E: no, Chrome non è un’alternativa.

Avrei voluto, dicevo. Ma non l’ho fatto. C’est la vie.

Saluti,

Michele

PS: Il filo conduttere che lega gli autori qui presentati, oltre al fatto che sono tutti polacchi, è la Platige Image.

Trailer Fight #10: Monty Python e…

Venerdì, 15 Gennaio 2010

… e ci avete creduto! No, no parlerò di trailer legati alla comicità anarchica e demenziale del gruppo britannico di pazzi. Bensì quest’oggi voglio parlarvi del senso della vita. Da qui il poco ispirato tranello del titolo.

Senso della vita, racchiuso in trailer. Questa è la ricetta della prima Trailer fight del 2010:

  • Trailer
  • Film col TRAUMA
  • Film con protagonisti uomini oltre i 50
  • Film esistenziali

E questo è quanto. La Trailer fight di oggi è dedicata alla gente che invecchia e invecchiando si trova a dover rispondere, con sempre maggiore pressione addosso, a delle domande. Spesso scaturite dall’isolamento, dal non sapere perchè non si riesce a legarsi agli altri, dalla perdita di una persona cara.

A scontrarsi sono due film di due esordienti (strano come tematiche così mature e difficili abbiano contemporaneamente affascinato due registi relativamente giovani). Il primo è A single man, film di Tom Ford, di prossima uscita in Italia. All’angolo rosso invece abbiamo Crazy Heart, di Scott Cooper, dalla (per me) sconosciuta data di uscita italiana. Trailer!

A single man

Crazy heart

Cominciamo dalla parte debole e meno interessante della Trailer fight, ovvero l’ultima visione, quella di Crazy heart. Perchè parto prevenuto in maniera così feroce? Perchè fondamentalmente per questa pellicola si potrebbe già dare il giudizio definitivo di qualità del film. Alla fine del trailer, infatti, si ha la fastidiosa impressione di aver finito di veder eil film. Perchè siamo di fronte a qualcosa che uno spettatore anche solo mediamente navigato ha visto svariate volte, su grande e piccolo schermo. E’ la solita storia, in salsa country, del vecchiardo bisbetico ma buono, che si allontana e si isola dal mondo. Almeno, sullo stesso tema Van Sant con Scoprendo Forrester ci aveva messo del suo. Ma in questo caso non siamo così fortunati. C’è anche qui il classico incontro inaspettato della straclassica anima pia che pare non avere altro da fare che salvare vecchi burberi da loro stessi, questa volta incarnata dalla paffuta Maggie Gyllenhaal. Nota: quando sarò un vecchio scorbutico (e lo sarò) la prima anima pia che vedo sgambettare sul vialetto dovrà prima salutare il mio spingardino caricato a sale. Promesso. Sta di fatto che questo film sembra fatto a uso & consumo della “performance da Oscar®” del suo protagonista. Non ne ho la minima idea, ma non mi sorprenderebbe affatto se il film fosse prodotto da Jeff Bridges.

Di tutt’altra pasta il suo sfidante, A single man. Ford è al suo primo lungometraggio, ma fin dal trailer si riesce a capire che il ragazzo (’nzomma, è del ‘61) ha del talento da vedere (o forse è solo bravo a fare trailer, verificheremo in sala). Un montaggio che in due minuti dice tutto, ma lasciando l’acquolina in bocca. Si intuisce il trauma, si capisce immediatamente la situazione psicologica del suo protagonista (Colin Firth). L’incessante ticchettare lento e profondo dell’orologio scandisce la profonda crisi che il protagonista attraversa. Questa crisi è accompagnata da uno stile visivo intrigante: Ford riesce con l’occhio della telecamera a fornire una potente espressività (l’inquadratura della bambina e/o delle labra in primissimo piano che accentuano il loro rosso). Alla comparsa finale del titolo abbiamo quindi la testa piena di domande e poche, pochissime risposte. Quale sarà alla fine il ruolo di quella pistola? Le poche risposte che si possono avere riguardano la qualità, assolutamente fuori di dubbio. Anche dovessero finire lì i meriti di A single man, sono sicuro che sarà comunque un bel vedere.

Assolutamente inutile chiedersi chi trionfa in questa Trailer fight. Benvenuto Ford, Cooper rimandato a Settembre.

Saluti,

Michele

2009: Those who are left behind…

Mercoledì, 6 Gennaio 2010

Five Obstructions vi dà il suo benvenuto ufficiale nel 2010 con il primo post dell’anno, che sancisce la fine ufficiale del nostro (brevissimo) periodo di blackout vacanziero. Bando ai ricordi in spiaggia del primo Gennaio siculo (ahhhhhh): si torna nelle lande ghiacciate della Danimarca vontrieriana.

Per quanto mi possa vantare del fatto che nel post di fine anno ho inserito le mie 127 visioni di film del 2009, 127 film sono piuttosto pochi per qualcuno che di mestiere fa il critico (fortunatamente io non lo faccio, e a dirla tutta non ho ancora capito che mestiere faccio esattamente). Anche perchè sono finiti i miei tempi da nullafacente studente universitario in cui vedevo dai due ai tre film al giorno: lo scorso anno ne ho a malapena visto uno al giorno ed è stata una battaglia.

Comunque sia, resta il fatto che nel menu di 127 film ne sono stati esclusi molti elementi validi. Molti film che avrei visto più che volentieri. Questo post sul blog ha intenzione di rendere onore a queste pellicole che sono rimaste in un angolo, trascurate.

Sul primo elemento di questa breve e poco rappresentativa lista non dirò molto. Si tratta di Moon, bel film di fantascienza alla Sunshine, diretto da un regista d’eccezione: il figlio di David Bowie, niente di meno! Il film ha avuto una distribuzione scellerata in Italia (mi dicono solo cinque copie). Non mi dilungo molto perchè sono riuscito a vederlo in questi primi giorni del 2010. E posso testimoniare che non solo le copie erano poche: erano anche di pessima qualità, almeno quella su cui si sono posati i miei critici occhi. Vi lascio al trailer e alla promessa di una recensione a breve, magari su Giornalettismo.

Un altro buco del mio 2009 cinefilo è rappresentato da Ricky. Ricky è il nuovo film di François Ozon, un regista francese assai bravo e plurinominato in molti tra i più importanti festival del vecchio continente (soprattutto Berlino, tra cui anche questo Ricky, ma anche Cannes e Venezia, senza molta fortuna però). Con Ricky il regista parigino ci racconta una favola surreale e con elementi che vanno a mescolare un realismo proprio dei fratelli Dardenne a quasi un fantasy. La sua domanda ci pone di fronte a un prodigio unico della natura, e a tutte le sue possibili conseguenze. Vedere il trailer per credere…

Altro giro altra corsa, questa volta per un film su cui non ho colpa per la mia mancanza. Si tratta dell’ultimo film di Tsai Ming-Liang: Visage. Le mie colpe si attenuano perchè, com’è ovvio attendersi, tale maestro del cinema orientale non è stato distribuito in Italia. Un paio di parole sul “maestro” Ming-Liang: praticamente tutti i suoi film mi hanno fatto due palle che la metà bastavano. E’ uno dei registi meno digeribili dell’intero panorama cinematografico contemporaneo. Perchè attendere dunque un suo film? Perchè quando ci si mette Ming-Liang è veramente superbo. In particolare due film sono riusciti a rompere, in maniera dirompente, il muro che sta tra la rottura di palle insopportabile e il film autoriale ostico ma in grado di mandarti in sollucchero l’anima: trattasi di Goodbye Dragon Inn e The hole (il secondo un vero e proprio pezzo di storia cinematografica immortale). In questo caso, il regista malese si trasferisce in Francia per confrontarsi con il mito di Salomè.

Curioso come Ming-Liang sembra intenzionato a un trasferimento in terra francese come già fatto da Wong Kar Wai e come sembra in procinto di fare anche Johnnie To.

Concludiamo con una carrellata rapida:

The informant, di Soderbergh, ovvero finalmente un film in cui Soderbergh fa Soderbergh: un cazzone divertente invece di un presuntuoso intellettuale radical chic:

Paranormal activity: giusto per curiosità, un horror che si avvale dei medesimi meccanismi di ripresa di Rec (a breve esce il 2!) e Diary of the dead, nonchè di una campagna pubblicitaria basata sul viral marketing più spinto:

Agora, nuovo film di Amenabar, chiamato a riscattarsi dopo il, per me, mediocre Mare Dentro (e non so come mai, ma il trailer non mi ispira molta fiducia):

Triage, film del bravo Tanovic, autore di No man’s land:

E infine, personale debolezza legata al rugby, Invictus, l’ultima fatica di Eastwood:

cinema dei buoni sentimenti della malora, ma tutto son disposto a personare se mi porti sul grande schermo François Pienaar.

Saluti,

Michele

Trailer Fight #9: Sexploitation 2009

Domenica, 22 Novembre 2009

Prendiamola alla larga. L’exploitation film è un genere cinematografico che punta all’estrema spettacolarizzazione di un tema in maniera poco ortodossa e sicuramente non politically correct. Tale tema viene creato esplicitamente per un preciso settore di pubblico, che viene appagato nelle sue fantasie più sciocche e triviali. Appagato con il semplice vedere sullo schermo tutto ciò che desidera, lo spettatore non chiede altro. Proprio per questo generalmente l’exploitation film è a bassissimo budget e di bassissima qualità. Generalmente il tema è uno e unico e per questa ragione di exploitation film esistono infiniti sottogeneri. C’è il Blaxploitation, cinema nero in cui i neri sono buonissimi, i bianchi cattivissimi e fatto tutti delle fini atroci. Oppure c’è il Sexploitation: cinema da ragazzini in calore che vogliono vedere sullo schermo tette enormi che si azzuffano e si strusciano contro tutto quello che possa ricordare il loro fallo. Generalmente anche secchiate di sangue aiutano.

Tette, basso budget, regia di serie B, horror e/o violenza. Qualcosa dovrebbe suonarvi familiare. Sono infatti i temi preferiti dal cinema di Tarantino, un costante omaggio a quell’home video e a quel Grindhouse che lo ha accompagnato nella sua formazione filmica e che lo porta a creare meravigliosi affreschi postmoderni. Non è un caso la sua passione per Pam Grier, non è un caso che in cantiere abbia (a quanto si dice) un remake di Faster Pussycats kill! Kill!

In realtà questa trailer fight non ha a che fare direttamente con il sexploitation. Solo uno dei due film si può inserire in questa cornice. Il tema più centrale di questa trailer fight è la gender war, la guerra dei sessi. Sarebbe una versione più esplicità e sanguinosa delle banalità condite e servite da filmacci quali La verità è che non gli piaci abbastanza. Tra l’altro Gender Wars era anche un bellissimo gioco dei bei tempi andati. Se siete fan dell’abandonware francamente io non farei cadere questa segnalazione nel vuoto. Ma bando alle ciance, spazio agli ostacoli:

  • Trailer
  • Film sanguinosi e dalla violenza esplicita
  • Guerre di sessi
  • Film con impliciti/espliciti riferimenti al sesso
  • Film del 2009

I due film che si contendono le mie grazie oggi sono entrambi di fattura anglosassone. La parte statunitense porta il sexploitationissimo titolo Bitch slap, ad opera di un quasi sconosciuto Rick Jacobson. All’angolo britannico invece abbiamo Doghouse, sul quale imbroglierò un po’, dell’ancor più sconosciuto Jake West che, tuttavia, ha al suo attivo in passato altre graziosissime B-movie B-perle (nella B-zona). Trailer!

Bitch Slap

Doghouse

Bitch slap sembra avere proprio tutto dalla sua parte per passare come un perfetto esempio di sexploitation. A quanto si intravede (nelle scollature) dal trailer gli elementi di un rodrigueziano Planet Terror sembrano esserci tutte: hot chick, violenza, sesso, sangue insensato e volto completamente alla soddisfazione visiva dello spettatore. Intrattenimento piatto e fine a se stesso che, se portato avanti con onestà e intenti satirici, ci può stare tutto. In realtà si avverte che c’è qualcosa che non va. Innanzi tutto già rifarsi a Planet terror è sintomo di volersi rifare alla parte più volgare, meno mediata e meditata della rilettura del cinema alla grindhouse. Tarantino all’epoca andò oltre, molto ma molto oltre. Il suo A prova di morte sta anni luce avanti al pur onesto e divertente Planet Terror. Il problema di Bitch slap è che non sembra avere nemmeno le caratteristiche positive di Planet Terror e rischia di assomigliare troppo all’ancor peggiore e decisamente brutto Zombie strippers. Inoltre la presentazione dei personaggi femminili ha qualcosa che non va. I personaggi non sono così piatti (niente battute sulle scollature, mio buon pubblico di Five Obstructions, please! :D ) come dovrebbero essere. Il che fa presupporre una certa attenzione per i loro passati, per la loro storie e per un intreccio troppo complicato e intricato per un sexploitation film (troppi elementi nel trailer lo fanno presagire, sembra esserci una struttura più complicata dentro). Il che è male, malissimo. Svela inesorabilmente gli altarini: questo anche se vorrebbe esserlo NON E’ un sexploitation film. Si vuole fregiare del titolo solo per attirare spettatori, ma per il resto è la spazzatura della mediocrità 2009 che non ha nulla a che fare con la vecchia e buona pura spazzatura dei tempi del grindhouse.

Di contro Doghouse non vuole esserlo nemmeno un film di sexploitation. L’”imbroglio” a cui accennavo poco sopra consiste nel fatto che questo film in realtà l’ho già visto, quindi non parto dalla sola visione del trailer come di consueto in una trailer fight. Ma d’altronde il capo sono io e decido io. Tornando a noi, Doghouse parte da un principio ben preciso: la guerra dei sessi. E lo fa nel modo più politically uncorrect che si possa immaginare. Vogliamo essere maschilisti fino all’osso? Bene. La storia è questa: un gruppo di amici lascia a casa mogli e fidanzate per un weekend tutto birra e rutti al fine di risollevare l’animo di un membro del gruppo appena divorziato. Scelgono una cittadina completamente sperduta dove, però, tutte le donne sono misteriosamente tramutate in zombie cannibali di uomini. E da qui parte la festa del sangue e, soprattutto, delle risate. Doghouse non risparmia nulla dei clichè e lo fa con una struttura narrativa giustamente piatta e priva di contenuti. Ma divertente all’osso, specialmente nei suoi personaggi, caratterizzati come vere e proprie maschere (il misogino, lo sportivo, il nerd, eccetera). Una vera e propria orgia di sangue e risate che vi conquisterà molto più di pagliacciate fintamente cattive e reazionariamente buoniste come le finte gender wars del già citato La verità è che non gli piaci abbastanza. A patto di essere uomini, of course (d’altronde questo rigurgito di maschilismo è dovuto anche al Movember, vedere i giocatori della nazionale australiana di rugby per credere!).

Tra il disonesto finto superficiale e il genuino ignorante io preferisco il secondo. Di gran lunga.

Saluti,

Michele

Trailer Fight #8: Silly Fantasy

Martedì, 20 Ottobre 2009

Un nuovo giro ottombrino anche per le amatissime (?) Trailer Fight. Il punto di oggi è strettamente legato non alla variazione appena pubblicata, ma alla prossima che vedrà la luce. Se controllate nella home page del sito vedrete che ci stiamo preparando a parlare di scuola. Scuola dal punto di vista dei ragazzi. E siccome è imminente questa grigia e gravosa responsabilità, vogliamo regalarci un ultimo scampolo di luce, risate e spensieratezza. Nel modo più stupido possibile.

Voglio presentarvi qua la lotta tra due film, indubbiamente di matrice umoristica, che cercano di focalizzarsi non sulla satira o sulla comicità pungente, ma sul silly, sullo sciocco, sulla commedia per ragazzini quando non proprio bambini. Gli ostacoli per questo progetto sono:

  • Trailer
  • Commedie
  • Film per bambini
  • Film con forte componente fantasy

Ci sono due grandissimi autori che, quasi contemporaneamente, si sono imbarcati in progetti che rispettano a pieno gli ostacoli appena esposti. Uno di questi è Wes Anderson, il che rappresenta una certa sorpresa in effetti. Perchè il più delicato degli Anderson registi ha fama proprio di essere complicato, raffinato, squisitamente adulto. Tutto cambia però quando si mette all’opera per realizzare un adattamento di Fantastic Mr. Fox.

Suo rivale per questa battaglia è un altro autore che, curiosamente, si è fatto paladino dell’intellettuale, delle derive più estreme delle storie raccontate su pellicola. Spike Jonze ci ha, infatti, portati a vivere dentro la testa di John Malkovic, o a vedere sullo schermo un Kaufman che deve scrivere un film su Kaufman che deve scrivere un film interpretato da Kaufman che scrive un film che al mercato mio padre comprò. Eppure anche lui con Where the wild things are (in Italia: Nel paese delle creature selvagge), si vuole dedicare ai più piccoli.

Due autori non certo infantili, nè devoti al detestabilme universo degli infanti, quindi. Materiale interessantissimo per una trailer fight ancor più agguerrita. Vediamo i trailer.

Fantastic Mr Fox

Where the wild things are

Cominciamo dal secondo trailer, più complicato da capire, sfruttando il fatto che è più fresco nella memoria. Nel paese delle creature selvagge è, con buona probabilità, un film in spirito Pixar (leggerete, credo fra poco, la mia recensione di Up). Lo dico in quanto mi appare evidente dal trailer che gli elementi avventurosi, di comicità e fantasiosi che sembrano essere cablati per un pubblico infantile, sono in realtà inseriti in una cornice ben più grande e diversa. Si capisce immediatamente dalle scritte che accompagnano il titolo, e da un paio di linee di dialogo mostrate alle orecchie dello spettatore, che questo film non tratta affatto di mostri pelosi giganti che rosicchiano gli alberi. Tratta del suo piccolo protagonista, del suo rifugiarsi in un mondo di fantasia per sfuggire a ciò che di triste gli accade intorno. Un procedimento affatto nuovo: possiamo rileggere con questa considerazione moltissimi film, in primis Coraline. Quello che Jonze sembra saper evitare con la propria abilità da regista è quello di rimanere inciso e circonciso in questa cornice. Cosa che Coraline per esempio fa: si pensa costantemente alle favole da cui trae ispirazione. Col paese delle creature selvagge questo non accade, rendendo probabilmente la visione più genuina e godibile di quello che sembra candidarsi, ancor prima dell’uscita (tra una decina di giorni), come un classico.

Da par suo, Fantastic mr Fox non sembra avere la stessa carica di sottotesti che animano il suo rivale diretto. Il trailer pare molto più di genere, molto più esplicito su quali siano gli intenti del film. Non sembra esserci grosso spazio per l’introspezione, nè per sottotesti profondi che vadano al di là di una classica vena ecologistica degli animali costretti a combattere l’uomo per la difesa della natura, loro casa. Non è che sia necessariamente un male. Probabilmente la volpe di Anderson riesce ad inserirsi meglio nelle caratteristiche di film di genere. E non approfondisce perchè non vuole farlo. Vuole lasciare spazio alla gag e alla pensata stilistica di una stop motion assolutamente affascinante per il suo gusto retrò (pare che finalmente l’apporto della computer grafica sia ridotto al minimo). Può risultare quindi più godibile sia al bambino che all’adulto che non ha voglia di porsi troppe domande, come sarebbe costretto a fare chi approccia la visione del film di Jonze. Anche se sorprende un po’ questo cambio un po’ atipico rispetto al passato del buon Wes Anderson.

Essendo un borioso intellettuale radical chic non posso far altro che dare la mia preferenza al paese delle creature selvagge. Con il consiglio di andarlo a vedere al cinema in quanto di uscita imminente.

Saluti,

Michele