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La pecora nera di Venezia (una tradizione, ormai)

Mercoledì, 8 Settembre 2010

Dopo quanti anni e quante ripetizioni un’abitudine diviene una tradizione? Non lo so, sta di fatto che per il secondo anno consecutivo inauguriamo il reportage da Venezia scritto da chi a Venezia non ci va. D’altronde la variazione che potete trovare ancora nel sito è stata abbastanza premonitrice, non trovate? Sto cominciando a diventare più prevedibile del Fantastic mr Fox di Wes Anderson. Solo un po’ più annerito e belante.

Ma siccome quest’anno non vogliamo farci mancare proprio niente, al contrario di quello passato il reportage non lo faccio a giochi finiti, ma ben quattro giorni prima dello showdown finale. Per dire: qua facciamo la cronaca minuto per minuto bendati e con i tappi nelle orecchie. D’altronde era troppo facile scrivere un articolo postumo. Non aveva l’aria della sfida, del rischio e del metterci la faccia (per farsela spiaccicare) tipico di Five Obstructions.

Bando alle ciancie e cominciamo.

E giusto per tenere fede alle tradizioni, anche quest’anno cominciamo dall’italianità in mostra. Cominciamo dalla Pecora nera alla quale ho scippato l’idea per il titolo del post (e il film deve solo sentirsi onorato di ciò, beninteso!), un’opera seconda che a leggere com’è realizzata pare rischiare di essere la più ruffiana delle prese in giro ipocrite, ma lascia spazio (per chi ha talento) per riuscire davvero a parlare al cuore.

E siccome l’anno scorso si spernacchiava (a ragione) Placido, quest’anno si torna sul suo Vallanzasca con qualche speranza in più. Ah Michè: ebbasta con queste polemiche da quattro soldi e fuori tempo massimo. Fai quello che in Italia pochi sanno fare e hai la fortuna di aver tra le mani: un po’ di genere per farci tornare con lo spirito ai dorati anni ‘70 del cinema italiano. Pure Saverio Costanzo, data la giovane età di tutto il progetto, è solo da lodare.

Passiamo al film d’apertura: il Black Swan di Darren Aronofsky. Riuscirà il buon Darren a fare ciò che solo ai cinesi sembra essere lecito, ovvero vincere un altro Leone d’oro a due anni dal suo primo trionfo? Difficile, ancor di più se si pensa che in concorso c’è il The ditch di Wang Bing (ahi! Muller: nun t’azzardà!).

Tutti i miei favoritismi (accendiamo un cero al signor Tarantino) vanno a quel bel mascellone di Vincent Gallo: non solo grande interprete, ma anche regista di gusto che in passato ha saputo lasciare il segno (Buffalo ‘66 è roba da inchinarsi e lodare Iddio). Un altro allegro minchione che mi piacerebbe vedere sugli allori è Alex De La Iglesia ma, a parte che ultimamente è un po’ suonato, comunque nemmeno ai suoi tempi migliori era uomo da Leone d’oro. E questo era tutto il suo bello.

Del film della Coppola pare di non potercisi fidare. Tra gli antipatici io metterei anche Schnabel, vincitore sì di Cannes, autore sì di un film che lascia il segno (Lo scafandro e la farfalla), ma mi pare che abbia raccolto più di quanto meriti. Dal burrone buttiamo anche, e stavolta senza nemmeno aver la cortesia di spenderci due righe di circostanza e motivazioni, pure Tsui Hark (e ritirati, su!) e Tom Tykwer. Discorso diverso per Larrain, che ha esordito col bello Tony Manero.

Se però dovessi spendere e scommettere due lire su chi sia il favorito di Tarantino, beh… Tutti gli indizi porterebbero a Miike Takashi. E ho detto tutto. (E poi il 2010 è l’anno della Zebra! Non sapete di che sto parlando? Tutti a vedere Zebraman 1 e 2, perdinci!)

Fuori concorso? Tutti aspettano sicuramente Machete di Robert Rodriguez, ma ciò che mi salta agli occhi è un documentario con Luciano Ligabue, Carlo Verdone e Fabio Volo. E che è? L’all star dei pezzenti? Di peggio potrebbe esserci giusto un film dei fratelli Pang in 3D (come dite? C’è davvero? Oh Signore…). Michele fortemente disapprova. Molto meglio dedicarsi a Incerti e Bellocchio.

Tra i due Affleck sceglierei Ben (incredibile!) anche perché Casey si dedica a un biopic sul da me odiatissimo Joaquin Phoenix (che ricordo con piacere solo in Buffalo soldiers). Tra coloro da recuperare di sicuro sta anche Svankmajer. E direi che per stasera può bastare.

Ah, com’è che finiva il post dedicato a Venezia 2009? “E il 2010 è l’anno giusto per andare a Venezia, ne sono sicuro.” Lacrimuccia. Sipario.

Saluti,

Michele

PS: Se notate ho messo a questo post esattamente gli stessi tag del post dedicato alla sessantaseiesima mostra. Ma quanto sono metanarrativo? Mi faccio paura da solo.

PPS: Venezia 2011. E’ praticamente fatta. Dai.

Oh no! More posters! (Post dell’estate)

Sabato, 7 Agosto 2010

Titolo a citazione videoludica d’elite (hint) per il primo post della serie “Post vacanzieri 2010″. Ovvero una serie di immagini e link facili facili e senza commenti, che a scrivere troppo mi bollono le sinapsi. Non che si noti la differenza. (Ovviamente spero che vi siate dimenticati della promessa di una variazione a breve perché non ci sarà sicuramente prima del 22…).

Oggi ci dedichiamo nuovamente a locandine ridisegnate da artisti contemporanei. La rassegna proposta qua sotto viene da qua e riguarda Olly Moss. Enjoy.

Saluti,

Michele

E’ arrivato il momento della banfa

Mercoledì, 7 Luglio 2010

Come preannuncia il titolo è arrivato il momento di svelare gli altarini. Il vostro buon Michele è stato scelto da Google per una Fellowship della durata di tre anni sullo studio delle reti sociali.

Per motivi a me ancora impescrutabili, questa pare essere una notizia di interesse pubblico. Al punto da portare il Dipartimento di Informatica di Pisa presso cui faccio il dottorato a farmi da PR in giro per i giornali. Il primo frutto è stata un’intervista pubblicata oggi (ieri) sul sito del sole 24 ore. Ecco il link.

Visto che siete dei lettori svegli, vi sarà subito sorta una domanda. Che cosa c’entra tutto ciò con il cinema in generale e con Five Obstructions in particolare? Praticamente nulla in tutta onestà. Anche se, a dire il vero, dall’incipit dell’articolo si capisce subito quanto io abbia spudoratamente tentato di fare pubblicità a questo sito. Tra l’altro fallendo (non ci facciamo mancare niente).

Serve tuttavia a ingigantire il mio già smisurato ego. Non che ce ne fosse bisogno, sia chiaro. O forse è un modo per pararsi il culo in futuro. “Perchè non stai aggiornando Five Obstructions, Michele?”. La scusa “Ehhhh c’ho da fare per Gugol!” presto sostituirà la sempre verde “Damiano non mi ha ancora mandato la playlist”.

Saluti,

Michele

UPDATE (09/07/2010): Un po’ di ulteriore rassegna stampa “aftermath”:

Nel ventre della metropolitana di Londra

Mercoledì, 23 Giugno 2010

Non è l’inizio della sceneggiatura di un film horror, anche se potrebbe esserlo. Ma è l’inizio di una piccola scoperta. Insignificante quasi per tutti, ma a me ha fatto scendere una lacrimuccia di gioia (sono un dannato sentimentale).

L’antefatto: la metropolitana di Londra è vecchia. Fottutamente vecchia. A Notting Hill sono cominciati dei lavori di ristrutturazione. Da qui la scoperta di un’ala inutilizzata della struttura, divenuta obsoleta nei tardi anni ‘50 a seguito di altri lavori. E in questi corridoi sconosciuti sono stati rinvenuti dei poster pubblicitari in buone condizioni direttamente caduti dal periodo 1956-1959.

Qui trovate il link originale dove ho reperito la storia.

Ovviamente, da fanatico quale sono, l’occhio mi è caduto principalmente sui poster cinematografici dell’epoca. Che ci volete fare? Più che deontologia professionale o devozione la mia è proprio una malattia.

E qua potete trovate anche il link alla galleria ufficiale su Flickr.

Saluti,

Michele

Cose a caso per un post che non ho il tempo di scrivere perchè pensavo mi pubblicassero una recensione

Martedì, 8 Giugno 2010

Il titolo dice tutto.

(In quale universo Milla Jovovich è “an ordinary woman”?).

(Click per ingrandire. Ho letto bene? Un fumetto “Jesus hates zombies”?).

(Non poteva mancare una strip su Michael Bay in questo blog, specie se viene da XKCD).

Saluti a caso da un post a caso,

Michele

Did you mean…? #2

Venerdì, 4 Giugno 2010

Secondo round della battaglia “Five Obstructions contro Google”. Non avendo mai avuto in simpatia i megamostri che avanzano a colpi di copyright in informatica fin dai tempi di Microsoft (e i monopolisti in generale) credo che prima o poi me ne uscirò anche con un’idea “Five Obstructions contro Apple”. Ma, mentre penso a mirabili coreografie dello scontro tra Lars Von Trier e un iPad (Von Trier è sicuramente più intelligente, però non ha il touch screen), credo che vi dobbiate accontentare con il solito post Googliano. Largo quindi alle più allucinanti query che hanno portato a una visita su Five Obstructions, con in corsivo il pronto commento di un sempre più scettico Michele.

ascolta parappa pa pa pa
Interessante.

amatoriali riprese mente scopano
Cioè fare le pulizie con la telecinesi?

la canzone di lou reed nel film di tarantino
Sweet Jane. Comunque il film è di Stone. E’ sempre un piacere essere utile al proprio pubblico.

yutub varie
Massì, risparmiamo sulle vocali.

tube8 birreria porno
Birra e porno nella stessa query: le nuove frontiere del web 2.0.

tetteculo immagini
Cioè proprio incollate? Che schifo!

arriva la madama butta via tutto
Ricevuto! Sento già gli sciacquoni del cesso frullare!

immagine piu strane
Did you mean: Grammatica italiana?

come posso essere una spay kids
Bwahahha, questa mi ha fatto scompisciare. E sì che è anche il peggior film di Rodriguez.

il sapore di sale è il simbolo della…
Si lavora e si fatica per il pane e per la…

riferimento alla tecnica stilistica eversiva “addio ai monti”
La famosa brigatista rossa Lucia Mondella?

ostacoli dell’adolescenza
Le playlist di Damiano, fondamentalmente.

Anche per questa volta è tutto. Continuate a visitare Five Obstructions perchè più diventiamo popolari più aumentano ricerche del genere. E’ una situazione win win, quindi state in campana.

Saluti,

Michele

Dante Alighieri e il movie network criticism

Sabato, 29 Maggio 2010

Qualche settimana fa ho partecipato a un interessante simposio parallelo a una delle conferenze dell’inutile network science a cui dedico il mio  tempo libero tra un aggiornamento di Five Obstructions e l’altro. Questo simposio era particolarmente interessante perchè era dedicato alle contaminazioni tra network science, umanesimo, arte e letteratura. Basta leggere la mia recensione di Primer per avere più o meno un chiaro quadro su come io consideri queste contaminazioni informatiche nell’arte (riassunto: mi piacciono).

La mia presenza in tal luogo era dovuta a un lavoro dal titolo “The Social Network of Dante’s Inferno”. Sì, avete letto bene. Io e i miei colleghi abbiamo costruito una specie di Facebook della Divina Commedia, in cui i personaggi vengono collegati a seconda di quanto e quando parlano a Dante, Virgilio e tra di loro lungo i canti dell’Inferno. A questo livello vengono aggiunte altre informazioni quali la fazione politica dei personaggi, la pena inflitta loro da Dante, aspetti linguistici del canto in cui sono presenti e molti altri dati. Lo scopo: mettere in un unico modello visivo e informatico una mole di informazioni interconnesse tale da non poter essere analizzata a mente da nessuno studioso. Tale rete di dati, rappresentata e sviscerabile da strumenti informatici maneggiati da chiunque sia interessato alla materia, può far emergere connessioni e pezzi di conoscenza su cosa aveva Dante in mente durante la redazione del suo capolavoro.

Ed ecco un’immagine del livello più basso, i dialoghi, della rete sociale (un click per ingrandirla):

Il motivo di questo post va però oltre l’autocompiacimento per questo piccolo lavoretto. Vi voglio infatti parlare principalmente di un altro articolo, che non ho fatto io, ma che ho avuto il piacere di apprezzare in questo simposio. Questo lavoro è “Network Criticism – A New, Crossdisciplinary Paradigm for the Criticism of Dramas, Movie Scripts and Literature” di Michael Schober, Paul Willems e Johannes Putzke. Qui potete trovarne l’abstract in inglese.

Ciò che sta alla base di questo lavoro non è molto diverso dalla mia introduzione su Dante. Ovvero creare reti sociali basandosi sui dialoghi nei copioni dei film: due personaggi vengono collegati se si scambiano almeno una battuta nel film. Tuttavia in questo caso non vengono aggiunte informazioni supplementari nella struttura a rete.

(Un filmato di creazione dinamica della rete).

Invece gli autori si dedicano ad applicare questo approccio in maniera metodica. Queste reti vengono create per decine di film, cosa che è ovviamente impossibile da fare con un’opera fatta e finita come la Divina Commedia. Gli autori disegnano le mappe di interazione di decine di film tra cui Babel, Pretty woman, Burn after reading e compagnia bella.

L’idea che sta dietro a un progetto del genere è quello di trovare correlazioni tra alcune statistiche della rete e il genere del film, oppure l’accoglienza che il pubblico gli ha riservato (la cui approssimazione è il box office, ma anche qui può venire in aiuto la network science con interessanti analisi degli aggiornamenti su Twitter). Riassumendo, questa è una visione a rete della critica cinematografica e letteraria che mette a disposizione nuovi paradigmi e strumenti nell’approcciare l’interpretazione, la lettura e, perchè no, la costruzione di un film. Insomma, questo lavoro è il primo mattoncino per la ricerca di strutture comuni, ricorrenti in trasversale nel cinema e tipici di un particolare genere o autore (interessantissime le strutture comuni ed esclusive dei fratelli Coen…).

Continuate a tenerla d’occhio questa network science e questa informatica. Tra qualche decennio i suoi massimi esponenti saranno quello che oggi sono Wittgenstein e Leibniz.

Saluti,

Michele

Movie propaganda poster

Giovedì, 20 Maggio 2010

Post preso diretto da Cracked.com. Un concorso semplice semplice: disegnare manifesti di propaganda che potrebbero essere stati usati da corporazioni o governi immaginari all’interno degli universi di alcuni film. Vi riporto qui una selezione di quelli che ho gradito di più. La realizzazione è generalmente gretta e di bassa qualità, ma spesso è una voluta satira contro la reale propaganda.

Terminator salvation

Snakes on a plane

Gli uccelli

Il signore degli anelli

E il vincitore, che è anche il mio preferito: 007!

Saluti,

Michele

IFF Boston parte 2

Martedì, 4 Maggio 2010

Chiudiamo dunque la parentesi che ho aperto la settimana scorsa sull’IFF Boston. Per prima le comunicazioni ufficiali: i vincitori. Per quanto riguarda la narrativa il premio della giuria è andato a Down Terrace: una crime comedy britannica (evidentemente l’humor del paese della nebbia ha una certa presa sui bostoniani). Il pubblico ha invece premiato Winter’s bone che, se non erro, ha raccattato qualcosa anche al Sundance di quest’anno (e ciò è male, per un’infinita serie di ragioni). Versante documentari: per la giuria vince The oath, la storia di due arabi i cui destini si intrecciano da 1996 alla sbarra della corte suprema passando per l’11 Settembre. Per il  pubblico il vincitore è stato Family affair, un documentario sulla pedofilia. Infine i corti: la giuria dice Born sweet (Cambogiano), il pubblico God of love la cui sinapsi è interessante: un campione di freccette (!) entra in possesso di alcune freccette magiche in grado di far innamorare le persone.

E questa è cronaca. Veniamo alle opinioni, alle visioni di prima mano. Come anticipato qualche giorno fa, mi sono gustato tre film e ve li presento in ordine di visione.

Il primo è Perrier’s bounty, ed è stato anche quello che ho gradito di più del terzetto. Lo Ian Fitzgibbon alla regia mi era del tutto sconosciuto, ma è stato in grado di confezionare un pulp noir veramente efficace. Siamo lontani dal videoclippismo di Ritchie o dal postmodernismo di Tarantino, ma Fitzgibbon ha il merito di non montarsi troppo la testa. Sa avere le idee giuste per inquadrare una sceneggiatura ben scritta da O’Rowe (Intermission e Boy A). Al resto ci pensa un cast ispiratissimo: dal cattivo Gleeson passando per Byrne, Broadbent e, soprattutto, il Cillian Murphy che sembra capace di trasformare in oro tutte le sue interpretazioni. L’irlandese pulp è arduo da capire senza sottotitoli (a parte “Fock!”, quello è chiarissimo e lo dicono ogni tre parole ), ma assolutamente intraducibile e imperdibile. 4 / 5

Il secondo è Cracks. Ambientato in un collegio femminile britannico degli anni ‘30 e interpretato, tra le altre, da Eva green e la gnocchissima Maria Valverde, il film si rivela essere piuttosto scialbo. Protagonista è la voglia di evasione e di essere speciali e libere delle ragazzine in una fase importante della loro crescita. A coltivare questo terreno c’è l’insegnante di educazione fisica, che però sa cogliere anche lo spirito artistico e anarchico della vita. A destabilizzare il tutto arriva il personaggio della Valverde, una ragazza straniera. E da quel momento ciò che era libertà diventa rancore, ciò che era desiderio diventa invidia. Molto simile, in alcuni passaggi di sceneggiatura, a Io sono l’Amore di Guadagnino, Cracks ne condivide i limiti. Il finale è particolarmente brutto, come nel film italiano, ma d’altronde è abbastanza inevitabile ed è quindi proprio l’idea del film da buttare via, per quanto la pellicola sappia regalare i suoi momenti godibili. 2 / 5

Infine ho visto The killer inside me, addirittura preferendo questo film alla pellicola di Solondz. La scelta è assolutamente sbagliata se si pensa alla differenza di caratura tra l’americano e Winterbottom, che è un regista mai capace di andare considerevolmente sopra la sufficienza. Eppure che ci posso fare? A me Winterbottom sta simpatico, e pure tanto. E, parlando di accenti e interpretazioni impossibili da capire all’infuori della lingua originale, non ci si può proprio perdere l’enorme lavoro di Casey Affleck. D’altronde tutto il film è costruito intorno alla figura malata del suo gentiluomo fuori e marcio criminale dentro. Una dicotomia tagliata con la solita accetta “made in Winterbottom”, eppure in grado di catturare ed esplodere in alcuni scatti di cara vecchia ultraviolenza. Come al solito: niente di che, ma assolutamente da vedere. 3 / 5

Aspettiamo tutti con ansia il festival di Settembre.

Saluti,

Michele

IFF Boston: Parte 1

Mercoledì, 28 Aprile 2010

L’essere in una grande città delle dimensioni di Milano e, forse, a livello internazionale leggermente più importante (certamente con Pisa il paragone è impietoso), comincia a dare i propri frutti. Sono infatti in programma almeno due festival del cinema: il Boston Film Festival (17-23 Settembre quest’anno, nelle edizioni passate sono stati premiati film come Apaloosa e Flash of Genius), ma soprattutti il festival del cinema indipendente (IFFBoston) cominciato il 21 Aprile e della durata di una settimana.

Poteva dunque il vostro buon Michele perdersi un’occasione del genere? Potevo risparmiarvi un post saccente e autoreferenziale in cui mi vanto semplicemente di esserci andato? Sono forse queste domande retoriche? E’ retorico fare una domanda retorica chiedendosi se essa è retorica? Non mi ricordo cosa dovrei rispondere comunque, in buona sostanza, sono andato a due serate per visionare un totale di tre film. Ma soprattutto per respirare un po’ l’aria del festival.

Dei tre film che ho visto (Perrier’s bounty, Cracks e The killer inside me) parlerò in un secondo post, un resoconto dettagliato delle mie visioni. Qui invece vi parlo fondamentalmente del festival e del suo programma.

Lo scenario è il multisala di Somerville. Boston è una città fortunata per quanto riguarda il cinema: ce ne sono molti e le alternative al paradossale sistema distributivo americano non mancano. Arriverà anche per Boston il post per la guida alla sopravvivenza cinematografica, ma vi basti pensare che in America normalmente i film proiettati sono solo in lingua inglese. Paradossale è il caso di Rec, fenomeno horror che invece di essere importato è stato soggetto a un remake fotocopia americano per essere distributo qui. Qua, grazie a Somerville con questo festival e altri cinema come Kendall sq e Coolidge corner, è possibile vedere anche film di importazione non in lingua inglese. E l’IFF è il tempio di queste possibilità.

Un tempio fatto di tanta buona volontà, pochi soldi e tantissimi volontari. Ogni film è introdotto, più che da una lettura critica, dall’elenco degli sponsor che hanno permesso finanziariamente tutto il baraccone. Un’aria provinciale nel senso buono del termine, un festival fatto di tanta passione e poca premeditazione, un atto d’amore per il cinema che mal si sposa con gli sfarzi di red carpet e premi dorati (leoni, palme od orsi che siano). E proprio per questo va il mio sincero apprezzamento a tutto quanto.

Programma dunque: che cosa c’è in questo IFF Boston 2010? Una divisione quasi completamente tripartita tra corti, documentari e fiction. Di corti, ahimè ho visto e sentito poco, dunque non ne posso parlare. Per quanto riguarda la narrativa, invece, ci sono dei nomi di tutto rispetto da tenere d’occhio.

C’è innanzi tutto il Winterbottom del già citato The killer inside me e autore di moltissime pellicole che hanno visto sicuramente in molti, pur senza conoscere a fondo il regista. C’è l’italiano Luca Guadagnino del già visionato Io sono l’amore, che rappresenta un sicuro passo in avanti rispetto a Melissa P, ma ancora difficile da trattare come un’opera matura e compiuta. C’è tutta la cattiveria satirica del miglior Todd Solondz con il suo Life during wartime. C’è Soul kitchen di Fatih Akin e Cella 211 di Daniel Monzòn, di cui ho visionato l’interessante The Kovak box. Tra i nomi più famosi ci sono infine l’amato sudcoreano Kim Ji-Woon con il da poco recensito in una variazione The good, the bad, the weird e l’ultimo di Ken Loach interpretato da Eric Cantona.

Per la sezione documentari ci sono senza dubbio nomi di minor impatto, quantomeno nel grande pubblico. C’è Negroponte, la storia di un tossicodipendente curato con i metodi degli sciamani africani. O Life 2.0, un documentario, se non ho capito male, quasi interamente girato all’interno di Second Life. Oppure il documentario sulla vita di Elliott Smith.

Insomma: ce n’è per tutti i gusti. Per le mini-impressioni sui film visionati vi lascio al prossimo post, per raddoppiare l’effetto del mio pavoneggiamento bostoniano.

Saluti,

Michele