Archivio di Aprile 2009

Rock’n'Rolla

Martedì, 28 Aprile 2009

Guy Ritchie is back, with a vengeance.

La trama è sempre la solita. Ci sono un sacco di personaggi folli e privi di ogni logica che si devono soldi, favori e un sacco di mazzate l’un l’altro a turni alterni lungo cento minuti di puro pulp. Questo è il vero Guy Ritchie, prendere o lasciare, e questa è la sua chiusura della trilogia del Lock and Stock (questo film si potrebbe tranquillamente intitolare “Lock and Stock and one russian painting”).

Eh si perchè il nostro folle pulp-eggiatore inglese preferito si è finalmente liberato dai legami dell’avida arpia poppettara e finalmente è tornato a fare la (unica) cosa in cui è bravo: un lungo ed estenuante videoclip ripieno di tutte quelle gustosità taglienti e violente che tanto soddisfano i nostri palati delicati. Niente più servizi alla bionda ex-mogliettina con il remake di Swept away: questa volta si fa sul serio.

Questo Rock’n'Rolla potrebbe deludere però i fan senza sè e senza ma di The Snatch. Perchè di fatto è meno estremo e ha un ritmo decisamente più quieto e meno urlato del film più celebre di Ritchie. Si potrebbe dire che la sua ultima fatica rappresenti un sofferto e delicato equilibrio tra il suo lavoro principale e l’ultimo Revolver. Quest’ultimo fu un clamoroso insuccesso, in quanto prodotto senza anima e senza talento, colmo di una presuntuosa e noiosa serietà.

Ritchie, diciamocelo, non è una cima. E’ un regista “cool”, furbo e bravo nel dare al pubblico ciò che vuole. Ma oltre alla facile risata e alla violenza divertente non sa andare. E quando si è privato delle sue armi migliori ha dimostrato quello che vale. Poco e niente. Con Rock’n'Rolla torna quindi nel suo seminato e lo fa con alcune scene certamente gustose e realmente divertenti (la scena degli schiaffi, fantastica, ma ancor meglio l’inseguimento dei russi).

Ma il fan duro&puro può rimanere con la bocca asciutta. Perchè? Innanzi tutto il primo difetto del film è che Ritchie sembra invecchiato. I titoli di testa sono magnifici, ma per arrivare al primo vero guizzo di sceneggiatura bisogna aspettare un bel po’. Inizia con la solita carrellata di personaggi e si nota subito che quelli scaturiti dalla sua penna questa volta sono assai meno caratteristici e intrigati del Turco e di Testarossa, o del rimaiolo ambulante di Lock & Stock (Butler peraltro non ha affatto la presenza scenica esplosiva di Statham).

Dopo le presentazioni di rito cominciano i fatti. Mezzo sorriso di qua, un’inquadratura di gran classe, una risata fragorosa. Ma tutto molto dilluito. Si nota quanto sofferta sia la mediazione che Ritchie ha in mente. E se qualcuno può sbadigliare io rimango comunque piacevolmente impressionato da chi conosce i propri limiti e cerca di affinare (e raffinare) i suoi grezzi punti di forza per evitare di continuare a copiare se stesso.

Già, perchè con i due protagonisti indebitati, la strizzata d’occhio del quadro (non riuscita citazione alla valigetta di Marcellus Wallace in Pulp Fiction) e il vecchio padrone oscuro della città la sensazione di deja vu era molto più di una sensazione: era un fatto. Nei primi dieci minuti si ha la sensazione di aver già visto tutto e di poter prevedere ogni singolo sviluppo della trama. Alcune parti sono prevedibili, questo sì (la già citata scena dell’inseguimento dei russi), ma meno di quanto non si possa temere.

Promossa quindi la regia barocca, promosso un cinema leggero fatto di sorrisi e sparatorie. Perchè alla fine di questo film non c’è molto da dire. Sono soldi ben spesi, un intrattenimento che strapperà per qualche minuto le vostre teste dai problemi che vi aspettano fuori dal cinema. E per stasera questo mi basta.

3 / 5

Saluti,

Michele

L’indiscutibile gusto di far parte di una setta non invidiabile

Venerdì, 24 Aprile 2009

Sono tornati i titoli barocchi nei post di questo blog, non ne siete entusiasti? Questo può solo voler dire una cosa: post brevi e quindi più concentrati nel loro ripieno gustoso. Oggi infatti torno a parlare molto rapidamente di un altro piccolo tassello nell’immenso mondo, per me ampiamente sconosciuto, dei fumetti. Mondo che, come molti altri, è stato incredibilmente ampliato dalle potenzialità del Web, che ha fatto nascere come funghi molti siti di strip. Siti gestiti da autori che si rifanno, chi più chi meno ma soprattutto chi più, ai Peanuts di Schultz.

L’obiettivo di questo post è piuttosto autoreferenziale. Nessun dottorando infatti può ignorare, e ancora peggio non apprezzare, la serie dei PhD Comics. La prima cosa che salta all’occhio guardando l’archivio delle vignette è che l’autore è in attività fin dal lontano 1997, quindi questo post non è esattamente volto a favi scoprire qualcosa di nuovo. Ma qualcosa di molto divertente di certo, fidatevi.

Andiamo subito al cuore del problema di queste strip: sono tutt’altro che universali. La forza di Schultz e del Watterson di Calvin & Hobbes è stata proprio quella di riportare la mente dei propri lettori alla condizione primordiale di bambino di fronte alla provocante forza del loro umorismo. Umorismo che era, ed è tuttora, in grado di denudare le costruzioni artificiose della vita moderna con un enorme vagone di poesia naif. E’ un’operazione difficilmente ripetibile e che richiede un enorme talento, che non si può trovare dappertutto. E non si trova nei PhD Comics.

I PhD Comics, fin dal loro titolo, sono infatti un fumetto scritto da dottorandi esclusivamente per dottorandi. O comunque per le persone che sono coinvolte nel meraviglioso (?) mondo della ricerca. Non hanno quella carica universale, non sono apprezzabili a pieno da qualcuno che non abbia un terreno comune di esperienza. Molti si sciolgono in grasse risate di fronte a queste vignette, ma è più facile rimanerne perfettamente indifferenti.

C’è però una speranza. In fondo quasi tutti ormai hanno avuto l’esperienza di mettere in piedi una tesi di laurea. Lo do per scontato, dato che ormai la laurea è un accessorio che va piuttosto di moda e in quanto tale è soggetto a saldi e distribuito a chiunque (meglio degli iPod!). Molti si sono quindi trovati invischiati nelle pazzie di relatori, co-relatori e contro-relatori, nelle date di consegna, nei cambiamenti all’ultimo momento. Come se non bastasse anche la vita lavorativa è sempre più soggetta a meeting, lavoro frenetico, superiori in ufficio nevrotici ed esigenti più con gli altri che con se stessi. La vita di un dottorando non è in fondo così speciale e molti si possono rispecchiare in queste vignette con un piccolo sforzo di immaginazione.

Alla fine di tutto il gioco è fatto e con un piccolo sforzo di immaginazione anche i PhD Comics possono essere un nuovo piccolo raggio di sole per risollevarvi la giornata. O per affossarla definitivamente. Diciamo che vi possono dare una nuova piccola spinta al morale che vi permetterà di arrivare in fondo al lavoro che vi sta distruggendo. Per poi ricominciare a lavorare. Ancora e ancora e ancora. Uhm, questo non suona necessariamente come un bene :)

Saluti,

Michele

Love my skin

Martedì, 21 Aprile 2009

Bentrovati amanti di FiveObstructions (sì, a tutti e due, è inutile che vi guardate) oggi è martedì e cosa c’è di meglio di una nuova variazione per iniziare bene la giornata? Un sacco di cose, anche perchè questa settimana il tema è di quelli scottanti.

Eh sì perchè oggi parliamo di razzismo. Voglio farvi la paternale? Assolutamente no. Noi siamo un sito anarchico e capovolto e quindi la paternale la facciamo a quelli che vogliono farvi la paternale! Ah il solito mise en abyme! Quindi a essere oggetto di vergogna sono i registi impegnati, che vogliono trattare temi alti e scottanti e far sentire in colpa i propri spettatori. Ma questa volta la gogna l’abbiamo noi in mano e sono loro a dover tremare. Per vedere i risultati di questo svergognato tiro al bersaglio potete fare una veloce visita al sito.

Leggete e divertitevi, io devo tornare al mio lavoro di salvatore dell’intero mondo della scienza. E quando vincerò il premio Nobel potrete raccontare ai vostri figli “Io leggevo il sito di quel tizio quando non era ancora famoso!”.

Saluti,

Michele

Gli amici del bar Margherita

Venerdì, 17 Aprile 2009

Premessa: L’articolo di oggi doveva parlare del film di Soderbergh su Che Guevara. Le scellerate politiche di marketing secondo cui è inaccettabile tenere tre ore e mezza una persona al cinema quando la si può comodamente far pagare il doppio per un unico prodotto lo hanno reso un progetto monco impossibile da giudicare solo dalla sua prima parte. Rinuncio quindi a dare un giudizio su un panino che mi giurano essere magnifico, ma di cui mi vendono prima la carne e la maionese per poi rivendermi a prezzo pieno due settimane dopo il pane, l’insalata e la cipolla. Per cui, volente o nolente (ma soprattutto nolente), mi dedico all’ultimo film di Pupi Avati.

L’ultima opera del gerontissimo (non tanto anagraficamente quanto artisticamente) regista italiano è incentrata su un luogo: il bar Margherita. Questo bar è abitato dalla solita combriccola di amici che vivono le loro normali avventure, scherzi ed esperienze con il solo filo conduttore del comune luogo di ritrovo. Il film si dipana quindi in maniera episodica: c’è il torneo di biliardo, il matrimonio di uno degli amici, le scommesse, i compleanni…

Dalle poche righe della sinossi (che sinossi non è, in un voluto rifiuto) si capisce immediatamente che le intenzioni di Pupi Avati sono quelle di creare un gruppo di personaggi attorno a un luogo di culto, in maniera assai simile a quello che è Bar Sport per il mondo della letteratura italiana. Lo stanco Avati però non ha nè la sagace e grassa vena comica del Benni prima maniera e scivola in quello che potrebbe essere definito senza fatica “un Amarcord girato senza il talento di Fellini”. Perchè questo si riduce ad essere: una sequenza di scenette girate senza una visione artistica, con tutta la concentrazione volta alla ricostruzione storica e a una vuota accademia nelle inquadrature. Non c’è atmosfera sognante, non c’è pathos verso i personaggi.

Ecco, si arriva al punto più critico del film: i personaggi. Questo è esplicitamente un film di personaggi, come lo è Amarcord, come lo è Bar Sport per la letteratura cartacea, come mille altri esempi (un vero e proprio genere). E cade nel più colossale, madornale errore che si possa fare in un film del genere: creare dei personaggi inutili. Come si può pensare di inserire in un film del genere dei personaggi inutili? Maschere appena abbozzate da una frase fuori campo che svolgono una singola azione nel film e rimangono eternamente sullo sfondo, mai protagonisti di una scena. E’ assolutamente inconcepibile, straniante nel senso negativo del termine e dà la sensazione di una sceneggiatura scritta con i piedi.

Tenendo conto che il problema non è nè la durata (il film dura i canonici 90 minuti) nè nel fatto che i veri protagonisti se isolati renderebbero la scena spoglia: Abatantuono e Marcorè reggono bene da soli il film, Zizzi è funzionale nel suo ruolo di filo conduttore, Lo Cascio è volutamente ben oltre il sopra le righe, ma non può non strappare un sorriso.

Con queste critiche non voglio comunque dare un’impressione sbagliata del film. Avati sa ancora dirigere con garbo e leggerezza un’ora e mezza piacevole, soprattutto per chi appunto riesce ad entrare nello spirito dei ricordi (che, si sa, addolciscono sempre anche quello che dolce non era affatto quando lo si è vissuto). Non è insomma un tracollo indifendibile come l’ultimo Il papà di Giovanna. Alcune idee divertenti ci sono, si sorride di gusto e meno raramente di quanto non possa sembrare. Ma anche in questo caso si evidenzia l’ultimo dei difetti che voglio trattare in questa sede.

Prendiamo come esempio cardine la scena del compleanno per capire anche tutte le altre del film: l’incipit è sicuramente accattivante e già dalla costruzione della situazione si capisce la potenza umoristica. Potenza che viene espressa molto bene. Ma quando arriva il momento di chiudere la scena e passare alla prossima avviene l’incredibile: Avati non lo fa. E aggiunge un’ulteriore spezzone alla scena, che cancella la risata appena fatta. Va bene: ma adesso chiudi. E invece no: Avati aggiunge ancora. E la situazione diventa grottesca (anche in questo caso nel suo senso negativo). E ancora e ancora, finchè lo spettatore non può altro che sbottare “E basta!”.

Questo è gli amici del bar Margherita: un tizio che vuole essere simpatico per forza, simpatico lo è, ma non sa quando smetterla prima di rovinare tutto. Discutibile anche il finale, con una sparata piuttosto generalista sulla visione del presente attraverso i personaggi del passato: è vero che quello che siamo oggi non è altro l’evoluzione di quello che eravamo ieri (per quanto ne possano dire i detrattori del presente, vedi le considerazioni sul passato reso dolce dai ricordi), ma allora che senso ha chiamarsi fuori da questo passato (come il protagonista fa)?

In ultima battuta Avati è ormai colto dal morbo di Woody Allen: un vecchio stanco che continua a produrre film con lo stampino ma ormai privi della forza vitale che alimentava la sua grandezza passata. Avati non è ancora allo stadio irrecuperabile e terminale come Olmi (altro illustre affetto da tale morbo, vedere per credere il suo terribile corto nel progetto perfiducia.com), ma di certo la prognosi non è buona.

2 / 5

Saluti,

Michele

Dammi un po’ di zucchero, baby

Venerdì, 10 Aprile 2009

Doppia citazione incorciata e carpiata per la nuova variazione pre-Pasquale. Il titolo di questo post è la traduzione italiana di una leggendaria battuta di Bruce Campbell ne L’armata delle tenebre: Hail to the king, baby, il titolo della variazione che vi presento. Variazione che però non ha nulla a che fare con l’epico Ash della serie di film di Raimi. Il King a cui mi riferisco in questo caso è il romanziere Stephen.

Decisamente non c’è lo stesso carisma, lo ammeto. Comunque sia questa è una variazione dedicata alle traduzioni delle sue opere in immagini in movimento. In generi diversi, in tempi diversi. Ovvero l’evoluzione di un mito. Questo è quello che propino alle vostre fauci prima che esse possano assaporare le delissie (mi serviva per l’allitterazione) di un uovo di pasqua.

Ci si rileggerà quindi dopo questo lungo weekend festivo, una volta riportate le nostre pance indenni e ricolme dalle scampagnate di pasquetta.

Saluti,

Michele

Movie Social Network (An Epidemic Post)

Martedì, 7 Aprile 2009

Uno degli obiettivi dichiarati di FiveObstructions fin dal suo manifesto è quello di vedere i film della cinematografia mondiale uniti in un’unica struttura complessa, ma coerente. L’idea di creare una rete cinematografica non è affatto nuova, come testimoniano molti film che applicano l’oramai abusata ottica “Social 2.0″ a questo mondo. Tuttavia è di certo intellettualmente intrigante provare ad andare oltre questi tentativi e individuare un nuovo criterio, più ricco semanticamente dei semplici attori o banali elementi comuni, per costruire tale rete di relazioni. E’ una sorta di innalzamento dell’ordine sopra il caos. Non un ordine universale, certo, ma comunque un punto di vista, espresso non a parole ma con un linguaggio simbolico di differente natura.

Qui entra in gioco il primo dei fantomatici “progetti” che sonnecchiano nel cantiere di FiveObstructions (leggasi: fogli appallottolati nel cestino della mia camera). E’ subito da precisare che quello che ho intenzione di mostrare ora è ben più grezzo di un embrione, si potrebbe perfino dire che è un ovulo ancora non fecondato. Quindi nel caso non vedesse mai la luce nemmeno il più bigotto dei preti potrebbe avere qualcosa da ridire su tale aborto. Ed è dalla sua natura altamente provvisoria che mi è sembrata appropriata la citazione nel titolo del post all’Epidemic del caro vecchio zio Lars. E’ questo suo secondo film, nella scena madre delle dodici striminzite pagine di sceneggiatura che Von Trier consegna a un produttore che ne aspettava 150, a dare un altro parallelismo a questo sito. Quelle che vedete ora sono dodici pagine di quelle che un giorno saranno 150. E se per caso avete visto la scena madre a cui mi riferisco, sapere com’è andata a finire vi dovrebbe gettare dei terrificanti interrogativi sull’aria che si respira in “redazione” in questi giorni :)

E… no: non l’aria di chi si ritrova con lo stesso frac ma un centinaio di capelli in testa di più :)

Ecco quello che vi presentiamo stasera: una preliminare versione a bassissima risoluzione della mappa di FiveObstructions. Quella che vedete sotto questo paragrafo è una rappresentazione grafica dei film recensiti nel sito. Due film sono collegati insieme se compaiono nella stessa variazione (a prescindere se sono film ufficiali della variazione o citati nella chiusura) oppure se uno viene citato nel paragrafo della recensione di un altro. Queso è il criterio di costruzione che dà vita a questa struttura.

(Potete cliccare sulla foto per ingrandirla)

Al momento la rete è ancora molto scarna (poco più di duecento film se non vado errato). Non è possibile interagire nè vedere i titoli dei film. Non è nemmeno un’embrione della vera rete sociale che nascerà da Five Obstructions: è poco più della foto di un’ecografia (ma da dove mi vengono queste continue metafore sulla gravidanza? Avrò mica dei rapporti conflittuali col mio utero? Già averlo l’utero mi causerebbe ben più di un conflitto, a pensarci bene).

L’idea intuitiva alla base è quella di poter far quattro passi all’interno di FiveObstructions e ritrovarsi, dopo questo salto di palo in frasca versione 2.0 ad avere molti titoli nuovi da poter visionare, croce e delizia di ogni amante del cinema. E altre piccole idee per rendere tutto questo ancora più appagante possono trovare la loro strada dal cestino alla mia scrivania. L’augurio è che prima o poi qualcosa ne esca fuori. Come sempre, l’inguaribile ottimista vi saluta.

Saluti,

Michele

Infoestetica

Venerdì, 3 Aprile 2009

Se seguite un qualsiasi corso di laurea orientato all’informatica o all’economia di sicuro vi sarà capitato di incappare in una delle considerazioni riguardanti i problemi che l’avvento dell’informazione elettronica ha portato: la straripante abbondanza. Si è passati nel giro di pochi anni a poter e dover maneggiare una quantità spaventosa di dati, quantità che cresce esponenzialmente ogni giorno di più. E a fronte di questo aumento spropositato nella produzione (soprattutto da quando anche il Web ha deciso di raccogliere i contenuti di tutti quelli che passano, tra cui noi di FiveObstructions :) ) non corrisponde un aumento adeguato negli analisti. Abbiamo quindi una montagna di dati abbandonati a se stessi in attesa che qualcuno inforchi degli spessi occhiali in questa asettica ed elettronica biblioteca di Alessandria.

Che cosa può mai riguardare FiveObstructions in questa considerazione? A parte il suo ovvio ruolo di aumentare il caos sul web, beninteso. Lo riguarda sotto due aspetti, che guardacaso sono anche le due parti della soluzione ideata per fronteggiare il problema.

La prima soluzione è la creazione di tecniche di analisi molto più potenti, chiamate data mining, sulle quali si dà il caso che io stia facendo il dottorato. E questo dovrebbe già bastare a zittirvi, in muta ammirazione della mia superiorità fisica e morale. Ma non è di questo che voglio parlarvi oggi.

La seconda soluzione è l’estetica. L’unico modo per cui un essere umano possa acquisire una determinata quantità di informazioni che va oltre la sua immaginazione è quella di presentarla in una forma di sintesi adeguata, un colpo d’occhio immediato che ponga in una forma espressiva (sia immagine, filmato, suono o una combinazione qualsiasi) un significato vario e sfaccettato. E con un’estetica del genere FiveObstructions ci va a nozze. Perchè fa parte della stessa concezione che pone le basi alla recensione di Primer di qualche settimana fa: qualsiasi azione dell’uomo è una forma espressiva e come tale può essere modulata con un linguaggio artistico. E quando ciò viene fatto se ne può sempre fare critica, illuminata o meno da un’effettiva conoscenza nel campo.

Questo lunghissimo preambolo vuole introdurre un importante blog chiamato Infosthetics. In tale ameno luogo si possono trovare esempi più o meno riusciti, ma quasi sempre affascinanti, dell’artistica sintesi tra contenuto di un mero e sterile dato e l’arte nell’esprimerlo. Riporto qui solo alcuni piccoli esempi.

What is information?

Entriamo subito nel vivo con un filmato che punta il dito contro il cuore di questo post e di quello che preme a FiveObstructions in generale. La natura dell’informazione, del messaggio, dell’arte. Che cos’è l’informazione? Questo filmato prova a spiegarlo e a far capire quanto è importante la comunicazione e come la forma può manipolarla. “We spend our lives in giving a form to the information”.

Did you know?

Uno dei grandissimi classici di questo blog è la serie di filmati “Did you know?”. In sostanza si tratta di accattivanti animazioni minimali che puntano a fornire alcune piccole informazioni sorprendenti riguardo l’aumento esponenziale che il mondo ha vissuto negli ultimi anni. Sebbene i contenuti tendano ogni tanto a scadere nel già sentito, questi filmati hanno dato il via a un vero e proprio nuovo stile espressivo visuale e i loro cloni e plagi su youtube non si contano. E’ qui che sono nate le animazioni che forse qualcuno ha visto nel documentario An inconvenient truth riguardante le conferenze sul clima di Al Gore.

EyePlorer

Si tratta di un visualizzatore delle connessioni tra informazioni e conoscenza basato sugli articoli di Wikipedia nelle sezioni Inglese e Tedesco. Se date un’occhiata alla scarna visualizzazione della pagina riguardante The five obstructions probabilmente non trovereste nulla di sorprendente (anche perchè manca inspiegabilmente un link a questo meraviglioso sito). La mappa di social network è già più interessante, ma non è che una goccia nel mare.

Di altri esempi ce ne sono a bizzeffe. Cito in chiusura alcuni grandi classici del passato come il filmato riguardante le statistiche sui siti porno, il tavolino che estrapola le informazioni riguardanti il profilo di un utente su un qualsiasi sito di social network e un’arguta rappresentazione riguardante gli effetti del riscaldamento terreste sull’innalzamento degli oceani.

Ma mi preme concludere questo post con una nota umoristica che cerca di rilassare i toni di tutta questa “disperazione informativa”. Una piccola presa in giro alle classiche grafiche da disastro telegiornalistico. Enjoy!

Saluti,

Michele