Archivio di Maggio 2009

Spring @ Caracol

Domenica, 31 Maggio 2009

Inauguriamo oggi una nuova sezione del blog di FiveObstructions: quella musicale. Sono stato molto restìo ad aprirla in quanto di musica non faccio mistero di non capirci assolutamente niente. Da qui la mia reticenza nel parlare di qualcosa di cui so ben poco e il poco che so non è certamente così interessante da costituire una rubrica di una rivista virtuale (ahahah come se la maggior parte dei blogger sanno qualcosa di quello di cui parlano, devo smetterla di avere tutta questa fiducia nell’umanità).

Tuttavia la sezione ha ancora senso in FiveObstructions. Punto primo perchè c’è il buon Damiano, che potrebbe anche decidere di farsi vedere più spesso su questi lidi, invece di stare sempre rintanato nella sua piccola tana all’interno del sito. Punto secondo perchè comunque parlare di musica secondo i miei intimi gusti e i miei intimi sentimenti è ancora utile, quantomeno a chi ha gusti simili ai miei. Se c’è una cosa in cui immodestamente credo di non fare difetto è quella dell’indagine e della scoperta di gruppi non di primissimo piano che a qualcuno potrebbero essere sfuggiti.

Ecco che quindi vi propongo questo primo post. Un post dedicato alla primavera che va finendo e all’ennesima caldissima estate che si sta appropinquando, piena di eventi, serate alla spiaggia con una chitarra e limonate a ritmo di rilassanti sonorità da calura. Questa primavera si è portata con sé una buona dose di concerti indie in quel di Pisa. Tantissimi eventi mi hanno visto assente, ma complice il fatto che abito sopra un circolo ARCI ho potuto assistere a tanti altri memorabili live.

Questo è quindi un post di amore nei confronti di quel piccolo nido chiamato Caracol che ho scoperto da poco e già mi vede suo affezionatissimo alfiere. Raccolgo qua delle impressioni, più che recensioni, dei quattro concerti in cui mi sono posizionato in primissima fila.

Les Fauves

Istrionico quartetto dalle bizzarre sonorità, i Les Fauves sono un gruppo italiano al secondo disco della trilogia NALT. Se il disco registrato in studio è un caleidoscopio di suoni molto vari e alternativi ma che graffia poco e rimane impresso labilmente nella memoria, la loro prestazione live rende molto più giustizia al nome che si sono scelti. Specialmente tastiere e batteria sono un vera furia sul palco. E il tutto senza sacrificare le loro sonorità particolari. Di fatto sono una versione dei Jennifer Gentle con più estro creativo e meno (molta meno!) pazzia.

Momenti da ricordare:

Cantante (rivolto agli altri membri della band): “Allora adesso facciamo questa?”

Batterista: “Se la facciamo mi sa che qua si sfascia tutto” (seguito cinque minuti dopo da un rullante che si svita e vaga per il palco).

3 / 5

Zen Circus + Federico Fiumani

Gli Zen Circus sono un gruppo punk abbastanza conosciuto nelle zone pisane. “Punk” come etichetta è piuttosto riduttiva, viste le decine di influenze diverse che questi pazzi scatenati mescolano nei loro brani, non ultimo un certo gusto internazionalista. Il live è stato una vera e propria bolgia, un Caracol veramente strapieno e caldissimo. I ragazzi hanno suonato a un volume inaudito, sembrava un vero e proprio test di resistenza sulla solidità della struttura. Menzione d’onore per il finale, col cantante abbracciato alla cassa dei bassi e l’orgia di strumentazione sul palco. E menzione d’onorissima per l’ospite Federico Fiumani, voce e anima dei Diaframma, di ritorno sul palco per la prima volta dopo l’operazione. Mancava un po’ di mobilità e grinta, ma la classe c’era ancora tutta (e ha fatto sia Gennaio, con blackout, che Siberia).

Momenti da ricordare:

Cantante (al pubblico): “Beh puzzate decisamente di meno del pubblico di ieri. Magari perchè è venerdì e vi siete perfino lavati”

Bassista: “Sì, siete decisamente più civili degli altri. Però non va nemmeno essere troppo civili, ***** ***!”

3 / 5

Sara Lov

Non lasci ingannare il fatto che ho relegato questo live alla votazione più bassa del quartetto. La qualità e la bravura della Lov non è assolutamente in discussione e, anzi, sono state le uniche cose a salvare una serata storta per il Caracol. Perchè tra compleanni nell’altra stanza e perfino gente che tra il pubblico dormiva (!) non è stato possibile apprezzare le delicate e meravigliose sonorità del primo album da solista della leader dei Devics. Per fortuna che almeno c’era lei, in grado con il solo ausilio di voce e chitarra di rapirti occhi, testa e cuore e farti dimenticare di tutto quello che non andava attorno a te.

Momenti da ricordare:

Sara Lov: “Uno, due, tre… STAI ZITTOO!”

2 / 5

God is an Astronaut

Francamente la dicitura “post-rock” non mi piace molto. Non mi piace nulla che abbia un pre post o quant’altro nel nome (mi ricorda il “free jazz punk inglese” di battiatiana memoria). E però la musica così male etichettata è davvero il mio sound del 2009 (dopo che la new rave lo è stato per il 2008). E questi ragazzacci irlandesi sono uno dei gruppi, assieme ai Mono e alle note progressive dei Long Distance Calling, che meglio la sanno esprimere. Il live è stato un’altra esplosione di grinta e caldo asfissiante. Non saranno stati loro ad inventare il post-rock o ad essere i primi a creare una corrispondenza tra la loro musica e delle immagini sapientemente proiettate sul palco, ma per Diana se lo fanno bene (a parte una o due scelte scontate)!

Momenti da ricordare:

Il chitarrista, un essere assai sospetto, probabilmente l’unico essere umano che comincia a sudare non dalla fronte o dalle ascelle, ma bensì dalle ginocchia (???).

4 / 5

Saluti.

Michele

PS: Tutte le foto in questo articolo sono una gentile concessione di Maghetta.

Antichrist

Mercoledì, 27 Maggio 2009

Riassunto del film: Von Trier decide di far elaborare allo spettatore il lutto del rapporto che ha con l’”altro” e lo fa mediante due maschere. Maschere che perdono il frutto della propria unione mentre cercano di perpetrarla. Da quel momento comincia un sofferto cammino da parte del protagonista psicanalista nel cercare di tirare fuori la moglie dal suo stato di schock. E “sofferto” è decisamente il termine più adatto.

Premessa alla recensione: le cose da dire su questo film sono tante. Troppe direi, per essere raggruppate in un testo organizzato. Le lascerò fluire attraverso alcuni paragrafi in seguito, volutamente senza un ordine prestabilito. Farò salti avanti e indietro, considererò le stesse cose con una certa ridondanza tralasciandone altre. Perchè questo è Five Obstructions e questo deve fare quando approccia un parto della mente che l’ha ispirato.

Antichrist prima di tutto è un horror. Non lo si può certo negare. Più difficile è però definire esattamente “che tipo” di horror sia. Ha delle parti certamente surreali, psicologiche, perfino commercial-slasher alla Martyrs. E ognuna di queste parti è capace di inserirsi omogeneamente nelle precedenti e nelle successive formando un tutt’uno che nega i suoi atomi costitutivi per affermare la sua unicità. Non esiste un altro film come Antichrist, questo è sicuro.

Il risultato è profondamente disturbante, perchè lo zio Lars è capace di spingere sul pedale dell’acceleratore della violenza (psicologica e fisica) come pochi altri. Impressiona meno della scena madre di Epidemic, di un disturbante quasi ai livelli del Salò di Pasolini, ma condivide con essa tutte le fondamenta su cui poggia il progetto. Fondamenta anarchiche, scherzose e ironiche, profonde esagerazioni di quell’esorcismo che l’horror è da sempre chiamato ad eseguire sulle paure e sui mostri che ci crescono dentro giorno dopo giorno. Se non ci fosse l’horror saremmo tutti un po’ più mostri. Se in Epidemic questo era spiattellato in faccia (la sceneggiatura che prende vita), qui siamo a livelli molto più sottili e universali.

Ne esce un film che è certamente più debole a livello organizzativo. La struttura scelta prevede l’utilizzo delle classiche fasi di elaborazioni del lutto (altra splendida idea meta-narrativa: perchè l’horror ci fa elaborare il lutto della nostra anima), scelta che si porta con sè una certa dose di sbadigli nella prima parte del film. Non tutto è da buttare (affatto!) in quanto ci sono dei precisi innesti alla maniera di Mulholland dr. che tengono lo spettatore sul chi vive: qualcosa sta per esplodere, questo è certo.

Un’elaborazione quindi del dolore interno a una persona, che segue cadenzate fasi di maieutica di questo dolore. Piano piano viene alla luce nel terzo capitolo tutto il castello di cui fino ad allora si intravedeva qualche pietra nascosta nell’edera. E’ il rapporto con il complementare a spaventarci, l’opposto che è proprio “opposto” da “opponente”, “nemico”. Un rapporto fatto di un carico di perversione che Von Trier stesso sente fluire sulle sue spalle.

E’ da qui che parte un’altra idea geniale, che dà titolo e stile al film: il richiamo medievale. Analizzando puramente l’operazione estetica non si può far a meno di notare la perfezione. Perfezione nel ricreare situazioni e atmosfere che fanno parte di un passato recondito dell’animo umano, qualcosa che quando lo vedi sai essere sempre stato reale e presente “da qualche parte”, ma che pensavi essere perso per sempre ormai nelle spirali del tempo. E Von Trier l’ha ripescato con una maestria che sorprende ancora di più pensando a quanto incapace si sia mostrato in passato in quasi tutti gli aspetti del comparto tecnico dei suoi film. Atmosfere che fanno ripensare all’Andrei Rublev o allo Stalker del Tarkovskij a cui, senza sorpresa, è dedicato il film.

Ma la violenza medievale, il sesso sporco (la scena dell’amplesso sotto l’albero, ma anche la conclusione coi cadaveri intrecciati nei cespugli) vanno oltre, nel suggerire nuovi livelli, ancora più terribili, in cui avviene il contrasto col nostro opposto. Non sono quindi mera tecnica fine a se stessa.

Concludo (anche se non vorrei) con l’esaltazione di uno degli aspetti del film che potrebbero essere erroneamente catalogati come difetto. Ovvero l’impersonale recitazione dei due protagonisti e i dialoghi completamente slegati dalla realtà e quasi “stupidi”. Queste sono considerazioni solo superficiali che non considerano il fatto che gli attori, in particolare Dafoe, sembrano essere costantemente coscienti di non essere persone, ma interpreti, vasi, tubi attraverso cui fluisce qualche cosa di altro. Non è un caso infatti se nessuno dei due ha un nome: sono maschere, caratteri, archetipi di una storia eterna e più grande di loro.

Insomma il film sa di essere tale e si prende delle libertà nei confronti dello spettatore come nella scena iniziale dell’ospedale, in cui frettolosamente Von Trier dedica la sua attenzione ai gambi dei fiori nel vaso. Sembra quasi voler fare il verso al Lynch di Inland Empire, e male verrebbe da aggiungere. Se non fosse invece qualche cosa di completamente diverso, che con le masturbazioni lynchiane non ha nulla a che vedere. E’ un anticipo, un assaggio di dove andrà a finire il film.

E cioè in qualcosa che ho già detto prima (vi avevo avvertito che era una recensione sincopata). A me non resta che abbandonarvi a un numero privo di significato, conscio di aver scritto meno della metà di quanto avrei voluto (e data la lunghezza di questo sproposito spero che almeno mi ringrazierete per questo pudore nell’ammorbarvi ancora di più).

5 / 5

Saluti,

Michele

Colour me Shakespeare

Domenica, 24 Maggio 2009

Nuova variazione a tarda ora per questa domenica. Come di consueto terribile ritardo e terribile raffazzonamento (ma esiste questa parola?). A fare le spese di questa nuova opera di critica è il più grande tragediografo di tutti i tempi, il buon Will Scuotilancia. Abbiamo raccolto i più rappresentativi film che traggono la loro storia da alcune delle sue opere migliori e le traslano in tempi e stilemi espressivi moderni. Una vera scopracciata, avanti!

Per chi si chiedesse da dove viene la citazione del titolo della variazione…

Saluti,

Michele

Awesome!

Mercoledì, 20 Maggio 2009

Questo è un post scritto spudoratamente e vergognosamente per prendere tempo. La prossima variazione non è ancora pronta (ovviamente è tutta colpa di Damiano, questo era inutile puntualizzarlo) e quindi ho deciso di cincischiare come si fa in tutti i cinema. Ovvero con la pubblicità prima e con i trailer poi. Giusto per allungare il brodo.

E allora, se guardiamo per un attimo il futuro prossimo venturo, che ci attende nelle comode poltroncine del cinema di fiducia, notiamo che sta per arrivare Transformers 2, ad opera di quel mattacchione di Michael Bay. Un sito snob e intellettualoide come il nostro non può esimersi dall’apprezzare a fondo il trash e la assurda classe di un regista come Bay, ampiamente prevedibile, ma in grado (quando vuole) di regalare al cinefilo le ficate più fichissime mai realizzabili. Come sottolineato da questo simpatico e vecchissimo spot, che con intelligenza e goliardia riesce a catturarne il vero spirito (leggasi: un perfetto uso del testimonial pubblicitario, come raramente se ne vede).

Bingo!

Adorabile. Ma passiamo ai trailer. Di sicuro Il posto in prima fila spetta allo zio Lars, che sta per arrivare al cinema con la sua ultima fatica: Antichrist. Inutile dire quanto attendo questa ulteriore prova del mio danese preferito.

Se non è awesome questo, francamente non saprei dire cosa altro lo è.

Secondo trailer della giornata è quello del fantasmagorico Mega Shark vs Giant Octopus. Per tutti coloro che dopo la visione rimarranno scettici sul fatto che sia il trailer di un vero film e non solo uno scherzo consiglio una visitina alla scheda IMDb del film.

Questo è un perfetto esempio dell’evoluzione del trash nel XXI secolo. Una volta tutto era fatto con imbarazzanti pupazzi di pezza, ma le nuove frontiere stanno nel 3D e nella computer grafica plasticosa. Tra l’altro mi preme sottolineare la presenza in questo film dell’immortale Lorenzo Lamas, un vero e proprio luminare dell’action trash più puro (film come Killing Cupid e Atomic Truck non si fanno certo per caso), degno comprimario dell’altro Mito: Michael Paré (presente in film quali Komodo vs. Cobra o I professionisti del pericolo… No, sul serio… Senza parole).

Chiudiamo in bellezza questa carrellata di ficaggine con probabilmente l’unica cosa buona che ha provocato l’uscita dell’ultimo film su Wolverine. Ovvero il suo riassunto in trenta secondi.

Brutta cosa non avere niente da dire. Ma anche oggi ce la siamo cavata grazie al sempre fedele YouTube. Sia tu sempre lodato!

Saluti,

Michele

State of play

Sabato, 16 Maggio 2009

State of play racconta una classica vicenda investigativa svolta a livello giornalistico. Il fulcro della storia è la morte di una ragazza, amante di un membro del congresso impegnato nell’inchiesta a carico di una compagnia di mercenari di cui è cliente il governo americano. Appare ovvio a tutti (gli spettatori, non i personaggi) che questa morte non è affatto accidentale, ma legata in qualche modo all’affare politico. E sarà compito di Russel Crowe, esperto e datato giornalista, fare luce sul caso.

La mia svogliata sinossi smaschera abbastanza facilmente qual è il principale, e forse unico, problema del film. State of play infatti è un film indubbiamente impacchettato bene, in cui ogni cosa sta al suo posto. Ma il problema è proprio che tutto sta al suo posto. Macdonald ha scelto un genere, quello dell’indagine sulla cospirazione politica, e ne rispetta pedissequamente tutti i clichè e gli stilemi espressivi (il falso finale, per dirne uno). E’ un male o un bene? Entrambi. E’ un male perchè tutto ha un’aura di già visto, di prevedibile. Non stupisce e probabilmente dopo una settimana ci si dimentica perfino di averlo visto. E’ un bene perchè in fondo se quei clichè si sono affermati un motivo c’era, e cioè perchè funzionano dannatamente bene a livello di intrattenimento. Il film scorre che è un piacere e non vi troverete mai a pensare ad altro durante la proiezione.

Rimane comunque l’impressione che tutto sarebbe potuto essere assai migliore di come viene presentato. Scegliere una regia classica non vuol dire necessariamente appiattirsi sul riprendere con taglio televisivo tutto ciò che accade davanti alla macchina da presa (difetto che ho riscontrato ad esempio in Bruiser di Romero, in cui il basso budget ha tagliato le gambe al regista in una storia che avrebbe meritato un occhio molto più colorato ed espressionista). D’altronde non credo si possa chiedere molto di più al buon Kevin Macdonald: è nato per dirigere quel piccolo gioiello di Un giorno a Settembre e artisticamente adesso si sta limitando a sopravvivere (vedi l’altro discreto/mediocre L’ultimo re di Scozia).

Se State of play ha un merito, allora è quello di un utilizzo finalmente cosciente e maturo a livello narrativo della tecnologia. Ancora oggi infatti capita di notare nei film investigativi meno curati (ma anche in clamorosi film più ad alto budget) scivoloni tecnologici clamorosi, quali l’utilizzo di floppy disk o di interfacce di programmi informatici e sistemi operativi inesistenti. Sono errori che potrebbero sembrare marginali, e spesso lo sono, ma non aiutano a far sentire il pubblico partecipe a una ricostruzione vicina alla realtà, con il suo conseguente allontanamento scettico dalle vicende narrate. State of play invece è intelligente nel riuscire a trattare la tecnologia per quello che è: una componente ormai altamente interconnessa alle nostre vite di tutti i giorni. E finalmente vediamo giornalisti che usano davvero Internet per alcune delle loro mansioni.

Considerazione che ci porta forse alla parte più arguta del film: la sottotrama “Penne versus Blog”. Che può essere letta come una delle classiche morali passatiste in cui il vecchio leone esperto rimane scettico riguardo i nuovi e moderni mezzi per fare ciò che lui ha imparato con “la vecchia scuola”. Se normalmente queste sono banalità di chi non sa inserirsi nel moderno e capire che lo strumento non cambia la qualità ma solo il mezzo, Macdonald sa modularle attentamente e intelligentemente, evitando di scadere nel populismo facilone. E allora le battute di Crowe contro i blogger risultano salaci e appropriate, rivolte verso un mondo di sicuro interessante, ma ancora pieno di cialtroni che ritengono che il solo mezzo (il blog) renda interessante quello che hanno da dire (niente) solo perchè possono rendere tutti partecipi (sì, state leggendo queste cose su un blog :) ). Tutto ciò significa che le cose importanti sono ancora la preparazione e l’avere davvero qualcosa da dire, e il mezzo da utilizzare arriva solo dopo.

Alla fine restano come buona impressione anche i titoli di coda, un piccolo viaggio dalla penna al lettore visto con gli occhi della pagina stampata. Ma anche per questo aspetto vale il discorso generale che vale per tutto il film: non è niente che non sia già stato fatto, e pure parecchio meglio (nel particolare: rivedere i titoli di testa di Lord of war di Niccol).

3 / 5

Saluti,

Michele

Che

Mercoledì, 13 Maggio 2009

Che L’argentino e Guerriglia intendono raccontare la vita del comandante Ernesto “Che” Guevara De La Serna dal suo primo incontro con Fidel Castro a Cuba fino alla morte in Bolivia. All’interno di questo lasso temporale ci sono i suoi successi di capitano, il suo discorso alle Nazioni Unite, i suoi fallimenti di comandante. Si parte dalla trionfale marcia verso La Havana alla lenta caduta nella foresta boliviana.

Obiettivo dichiarato di Soderbegh con questo progetto è quello di evadere dall’iconografia classica di Che Guevara, da quell’aura di simbolo e mito che volente o nolente si è guadagnato in vita e in morte. L’intento è palese fin dalla locandina “Everyone knows the icon. Few know the man”. Il tentativo è nobile e sicuramente giusto: non c’è assolutamente bisogno di un’ennesima divinizzazione di un generale come tanti che ha avuto la fortuna di avere un ottimo reparto di marketing. Ma è un tentativo riuscito?

Assolutamente no. Ernesto Guevara ha sempre tentato in vita di essere il simbolo dell’antieroismo, ma specialmente nella prima parte è sempre al centro della scena, è il comandante che trascina, è l’Eroe del carisma e della fratellanza. Meglio riuscita la seconda, in cui c’è un’inevitabile cambio di toni e qualche concessione al Guevara padre (insufficiente però! Non bastano cinque minuti con un figlio sulle ginocchia per dire “you know the man”). E il gioco di tenere Del Toro lontano dalle riprese principali riesce, dove precedentemente falliva. Ma per il resto la filosofia new age della prima parte è esattamente l’equivalente di un ritratto del Che sventolato nella curva di uno stadio di calcio.

C’è un processo però molto più sottile messo in pratica da Soderbergh nella realizzazione del film. Vi è un certo rispetto infatti di alcuni tipici elementi di un ben preciso genere cinematografico: quello dell’ascesa e caduta di un criminale. Se ci fate caso noterete più e più elementi in comune con lo Scarface di Brian DePalma. Vedi ad esempio i crolli nervosi nella seconda parte del film. Trattare in questo modo una figura come quella del Che mi sembra più che sbagliato: è disonesto. Soderbergh non esita quindi a smascherarsi nuovamente come pseudo intellettuale finto anticonvenzionale che più convenzionale non si può.

Lasciando da parte considerazioni più o meno filosofiche e stilistiche c’è qualcosa che non va nemmeno nella confezione più prettamente cinematografica del film. Anche in questo caso si nota un certo distacco tra la prima parte (l’ascesa) e la seconda (la caduta). Nella prima si assiste a un comparto scenografico ben curato e spettacolare. Soprattutto le prime battaglie nella giungla sono efficaci ed appaganti, ma anche la guerriglia casa per casa finale tiene col fiato sospeso. Rimane da chiedersi se questi intenti iper realistici che ricordano la Band of brothers o il più celebre soldato Ryan siano davvero adatti per rappresentare battaglie di natura e filosofia completamente differenti. Ma rimangono comunque gradevoli.

E’ la seconda parte a far rimanere perplessi. C’è una mancanza quasi totale di azione, elemento che non è necessariamente un male. Ma lo diventa in questo contesto. Ci si trova davanti a qualcosa di completamente soporifero, dello stesso interesse di un campeggio a tema militare nel 2009 sulle colline del Chianti. Non c’è un vero reale interesse nè in quello che succede nè in quello che si dice. Ancora: se si vuole far conoscere il Guevara uomo (ma più in generale: se si vuole veicolare un messaggio autoriale) non è obbligatorio annoiare fino alla morte, c’è modo e modo. Quello di Soderbergh in questo caso è sbagliato. Quell giusto è, ad esempio, quello scelto da Salles per i suoi diari della motocicletta: un film che in dieci qualsiasi dei suoi minuti dice molto di più su Guevara di tutte e quattro le ore di questo prodotto.

Di tutto alla fine rimane la sequenza della morte del Che, che è forse la cosa migliore del film. Mette in evidenza quello che sarebbe dovuto essere la spina dorsale del film, uno stile che invece troppo spesso viene accantonato dal regista. E che comunque testimonia il buon lavoro di ricostruzione e di riprese svolto. Non è quindi tutto da buttare e molti forse possono apprezzare comunque questo film ben impacchettato. A patto che abbiano la pazienza di resistere per tutte e quattro le ore. E che siano dotate, come il sottoscritto, di una riduzione sul biglietto, perchè torno a ripetere che scelte produttive del genere (dividere in due il film e far pagare due volte il biglietto) sono niente più e niente meno che oscene.

2 / 5

Saluti,

Michele

Nuclei familiari disgregati

Sabato, 9 Maggio 2009

Sono caduto anche io nella terribile piaga della comicità autoreferenziale. Il titolo di questo post infatti è preso di peso da una terribile serie animata che scoprii con Damiano durante le lunghe ore di buco dalle lezioni universitarie in quel di Pisa. In tale serie, vista su una rete locale di cui non ricordo neppure il nome, una squadra di superfessi difendeva il pianeta da mostriciattoli di disparate origini. E uno di questi malvagi mostri durante una battaglia tuonò contro i nostri paladini con un: “Non potrete mai sconfiggermi terrestri, siete troppo indeboliti dai vostri nuclei familiari disgregati!” o qualcosa del genere. Risate a crepapelle. Se a qualcuno venisse in mente che diabolica serie può essere non esiti a farcelo sapere.

La citazione comunque serve per introdurre la variazione di oggi, che tratta di film horror con protagoniste donne incinte. Che cosa c’è di più familiarmente disgregato? Nulla credo. Perciò gustatevela, ma consapevoli che tutto questo non è bello! Mi raccomando!

Saluti,

Michele

X-Men Origins: Wolverine

Martedì, 5 Maggio 2009

Questo “capitolo zero” della saga X-Men parte con l’intenzione di raccontare quello che è successo nell’unvierso dei mutanti prima della creazione della vera e propria squadra capitanata da Xavier. Lo fa però apparentemente distaccandosi dai precedenti tre capitoli, rinunciando alla coralità del fumetto Marvel per concentrarsi su un’unica figura protagonista, quella di Wolverine. Si comincia quindi nel Canada dell’800 per arrivare rapidamente alla primissima squadra di mutanti post-Vietnam da cui Wolverine si distacca per smettere definitivamente di combattere. Ma a quanto pare i vertici più alti della squadra non la pensano come lui…

Cominciamo le considerazioni su questo film dalle due parole che nel paragrafo precedente sembrano cadere a sproposito. “Apparentemente distaccandosi”. Il film infatti pare voler essere nettamente diverso dai precedenti X-Men cercando in Wolverine il suo unico protagonista. In realtà se si analizzano i precedenti film, in particolare il terzo data l’uscita di scena di Singer alla regia, ci si rende conto che Jackman era GIA’ il mattatore indiscusso. Talmente indiscusso da diventare produttore sia del terzo film che di questo “spin-off”.

E qua arriviamo subito al nocciolo del problema: Hugh Jackman. Perchè è fondamentalmente lui il fulcro delle tantissime cose che non vanno in questo film. E’ piuttosto palese quello che succede al divo Hollywoodiano quando diventa produttore di ciò che lui stesso interpreta: tutto deve muoversi in funzione sua e attorno a lui. Regia e sceneggiatura non hanno più alcun potere nell’intrappolare e plasmare l’interpretazione, ruolo assolutamente centrale per una buona riuscita del prodotto (dato che gli attori sono spesso creta nelle mani del regista, vedi i molti esempi di spettacolari prove attoriali da parte di non professionisti guidati da sapienti burattinai, oltre a clamorosi flop di “mostri sacri” lasciati nelle mani di novellini). E questo a prescindere dalle qualità in sè dell’attore. Perchè Jackman è il classico belloccio senza talento, ma questo sventurato effetto negativo accade anche per i più grandi giovani del nostro tempo, vedi la patetica figuraccia rimediata dal grande Christian Bale in Harsh times (da lui prodotto).

E quindi questo X-Men Origins diventa una carrellata pubblicitaria dei bicipiti di Jackman, sempre perfetto e impeccabile in ogni situazione, sempre padrone di tutto ciò che succede, mai una sbavatura. Sempre le scelte giuste, mai un briciolo di vera tensione (dai, ma chi può ancora credere alla “finta morte” di un protagonista del genere a metà film? Su…). Se si riesce a chiudere un occhio di fronte a degli stunts realizzati da automi che non sbagliano mai un colpo (e quindi fintissimi e mai realmente in tensione) ci si può godere una discreta azione, che salva il film dall’onta della valutazione minima in questa sede.

Ma per il resto non esiste spazio per un minimo guizzo in nessuna altra parte del film. La sceneggiatura è imbrigliata nelle solite due o tre stereotipate battute da action per rendere il suo protagonista per forza uno strafigo. La regia invece gravita come un satellite attorno al suo protagonista. Gavin Hood, che ha dato in passato prove di saperci fare ma che da un po’ di tempo non ne azzecca una, è completamente prostrato al clichè. Una su tutti: il protagonista disperato per la morte dei cari che stringe il cadavere a sè, alza il volto e urla al cielo con la elecamera che si alza in volo. Davvero ancora si può pensare di girare qualcosa del genere nel 2009?

Senza contare un altro palese e incredibile difetto della sceneggiatura, ovvero il suo incipit. Il motore dell’inizio della storia è infatti una ex squadra di supereroi ormai sciolta e vittima di un killer che ne uccide a uno a uno i membri. Suona già sentito? E questo killer viene poi trovato in un bar a incidere sul legno uno smile. Eh si, una scopiazzatura bella e buona di Watchmen e a pochissimi mesi di distanza. Spudorata al punto da vergognarsene, dato che cerca di travestirsi da citazione. Ma il fatto è che non è una strizzata d’occhio: è la vera base della storia. Inqualificabile.

Tenendo conto del fatto che gli stessi titoli di testa, una delle parti registicamente meglio riuscite (per non dire l’unica in mezzo a tutto quel piattume visivo), sono girate con uno stile molto vicino a quello di Zack Snyder. Niente da fare insomma: cercate di godervi l’action, ignorando tutto quello che viene presentato come contorno: peggiora solo la situazione.

2 / 5

Saluti,

Michele

Trailer Fight #5: Sci-Fi Homeland

Sabato, 2 Maggio 2009

Ci sono sempre più esempi ormai di integrazione totale della computer grafica nell’arte visuale e in particolare in quella cinematografica. Dai primi vagiti, impressionanti per l’epoca, questo aiuto tecnico da sempre catalogato sotto la mera voce “effetto speciale” è diventato un modo per economizzare sui più costosi effetti tradizionali. Spesso con risultati terribili, che per molti hanno fatto nascere l’equazione “computer grafica = bassa qualità”. Non si contano infatti gli appassionati che cercano minuziosamente ogni difetto di questa tecnica visiva per poter sbandierare com’erano belle le creature di plastica o la stop motion, da Eraserhead a Possession (non la porcata con Gwyneth Paltrow, ma il bellissimo film di Zulawski, con la creatura a cura di un Rambaldi in stato di grazia, nel 1981).

Ma ormai la computer grafica sta evolvendo finalmente a un maturo uso artistico. Si sta trasformando da effetto speciale a vera e propria modalità espressiva, che coesiste senza problemi e invasioni di giurisdizione con le riprese dal vivo o, chessò, l’animazione o il bianco e nero. L’esplosione di titoli più o meno di fantascienza ne è testimone, come ne è testimone il fatto che la fantascienza, come già detto nella precedente Trailer Fight, è sempre più genere-ponte, un sottofondo in cui inserire diversi temi o contenuti. O altri generi come vediamo qui. Generi molto legati all’intimo, alla terra, alla casa. Così come la fantascienza, grazie alla computer grafica, è la casa del cinema moderno. Passiamo agli ostacoli di oggi.

  • Trailer;
  • Film fantascientifici;
  • Film con una preponderante componente di computer grafica;
  • Film che trattano prevalentemente un tema legato alla vita quotidiana e alla casa.

I due film che vogliono sbudellarsi a colpi di trailer oggi sono in realtà assai diversi tra loro, come l’ampio cappello vuol fare intuire. Il primo è un originale mockumentary (= finto documentario, vi è un vero genere su queste due antitetiche parole) chiamato District 9. Il secondo è un coloratissimo film, tipico esempio di ciò che Robert Rodriguez ci ha abituato a pensare della sua cinematografia per bambini: Shorts.

La parola ai trailer.

District 9:

Shorts:

District 9 parte come un documentario sugli slums nel Sudafrica (hint: controllare la nazionalità del regista). E il gioco regge bene fino all’inquadratura del disco volante, che giunge davvero inaspettata e a distruggere la noia che vi ha attanagliato fino a quel punto del trailer. Dopo questa epifania il resto del promo si svolge come se la rivelazione non esistesse. Ci sono le interviste (geniale la censura sugli occhi dell’alieno: oltre ad essere gustosamente umoristica è anche segno che ogni singolo aspetto del film è frutto di un’attenta preparazione), ci sono gli stacchi di montaggio tipici di un resoconto sugli slums e tutto quello che fa “documento”. Mirabilissimo e promettente esempio di ciò che dicevo in apertura: la normalizzazione dell’incredibile che sempre più si fa strada nelle vite di ognuno. E una speranzosa sintesi di quello che vuole essere il futuro: il trattare con gli strumenti neutri e non pregiudizievoli dell’arte (il classico documentario che presenta un fatto o una situazione e non la deriva di genere orientato a una tesi, ovvero il post Roger & me) qualcosa che è mai stato visto prima, totalmente alieno, diverso e vittima proprio del pregiudizio. Uno sguardo puntato al futuro e al superamento della cultura a compartimenti stagni.

Shorts è fin dalla prima inquadratura chiaramente un reset di Spy kids. La giocosa e bambinesca serie di Rodriguez era partita bene, ma con l’avanzare degli anni si è trascinata dietro pesanti difetti ed eredità non eliminabili facilmente. Fino a un terzo episodio francamente fastidioso. Rodriguez ha deciso quindi di ripartire da zero, facendo tesoro di ciò che ha imparato ma provando ad evolvere la sua filmografia. L’operazione non riesce a fondo. Il trailer è divertente e promettente, ma non sembra discostarsi molto da uno stile piuttosto piatto e troppo infantile. Quello che va è, per esempio, la scenetta finale del telefono: è infantile al punto giusto perchè è non sense, è stupida, è fottutamente divertente. Quello che non va è la solita bambinizzazione del mondo degli adulti, il bambino infilato nella spazzatura e quant’altro. E’ ancora un relegare fuori dalla porta di casa la tematica infantile, è il doverla vedere per forza come una versione “small size” del mondo degli adulti. Quando è invece molto più colorata e stupida, nel senso buono del termine.

Difficile confrontare i due film, come più volte ripetuto, ma è di certo il distretto nove a dari le vibrazioni migliori.

Saluti,

Michele