Archivio di Settembre 2009

Rassegna Stampa: Baaria

Martedì, 29 Settembre 2009

Allora: le chiacchiere stanno a zero. Non ho molta voglia di scrivere oggi, ma lo devo fare quindi cerco la soluzione più economica possibile. La strada davanti a me è molto semplice: il citazionismo tarantiniano postmodernista (prossima settimana: segnatevi Bastardi senza gloria). E con queste tre parole ho già steso il 90% dei lettori (due persone).

Ordunque cosa c’è di bello nel mondo da citare ora? Da una parte abbiamo il nuovo film di Tornatore, Baaria, che non ho visto ma a pelle mi fa prurito e antipatia solo l’idea. D’altronde il buon Tornatore, che per quanto esportabile e graditissimo negli Stati Uniti una cima non è mai stata, da quella porcheria de La sconosciuta ormai ce lo siamo bell’e perso.

Come denigrare dunque un film che non ho ancora visto? A parte con il pregiudizio, intendo. Che, come dicevo tempo fa, alla fine così campato per aria proprio non è. Ci viene in aiuto il sempre ottimo blog di Luttazzi. Luttazzi ha cominciato mesi or sono un’iniziativa che lui chiama “La Palestra della satira”: invita i lettori a spulciare sulle notizie del giorno, partire da esse per creare una battuta satirica che lui prontamente pubblica sul blog con nome e cognome (e, in futuro, anche in un libro). Il risultato è talmente buono che in alcuni casi i lettori inviano battute migliori di molte di Luttazzi stesso. E’ il bello del mettersi in gioco e di far ragionare finalmente tutti con la propria testa.

Ordunque la schiera di battute riguardanti il film Baaria è abbastanza nutrita (ma meno di quella, assolutamente esilarante e da convulsioni per le risa, dedicata a Luca Badoer), complice anche il fatto che il film dopo Venezia è rimasto sulle pagine dei giornali vuoi per le faccende legate a Medusa, vuoi per altre piccole facezie. Vi incollo qui la raccolta delle battute inviate al blog con tanto di link diretto al post della Palestra. Buone ghignate.

25 Settembre 2009:

“Baarìa” sotto accusa per maltrattamenti agli animali. La LAV: “Nessun animale venga più costretto a guardare il film.” (Eddie Settembrini)

3 Settembre 2009:

Festival di Venezia, dieci minuti di applausi alla fine della proiezione di “Baaria”. Entusiasta il direttore della mostra Marco Muller:”Finalmente è finito” (Andrea Miele)

1. Bondi: ‘Baaria di Giuseppe Tornatore e’ un film magnifico, emozionante e profondo. E’ un omaggio alla sua citta’, ai personaggi reali e immaginari che ne popolano i racconti e i ricordi. Dosando la commozione e il sorriso, il regista descrive e inventa una storia, un mosaico, un coro in cui tutti gli italiani possono riconoscersi. E’ un film epico e privato, sincero e immaginario, ilare e malinconico, profondamente legato alle radici e capace di incuriosire gli spettatori che vivono dall’altra parte del mondo. Le immagini, i volti, le atmosfere di ‘Baaria’ sono un dono per la storia del cinema mondiale.’
2. Bondi:’Baaria è un film prodotto da Medusa.’ (Federico Graziani)

Scomparso il virus H1N1 nel 24enne in coma. I film di Tornatore sono micidiali. (Fabio Bellacicco)

2 Settembre 2009:

Berlusconi: «Baarìa capolavoro». Nel caso servisse un nuovo motivo per evitare i film di Tornatore.(Gianmaria Caschetto)

Saluti,

Michele

Trailer Fight #7: L’ombelico del mondo

Sabato, 26 Settembre 2009

Solipsismo. Oggi si parla di questo. Qui adesso scrivo due o tre righe di circostanza per distrarvi mentre controllo sul vocabolario che cazzo vuol dire. Fatto. Dunque solipsismo si diceva. Parola di gran moda negli ultimi tempi. Cioè non la parola in sè, ma il suo significato (altra frase di circostanza perchè la definizione sul vocabolario stava alla fine della pagina e ho dovuto voltarla). Individualismo, egoismo e mettere il proprio benessere davanti a qualsiasi altra cosa nel mondo, infatti, sono più o meno il credo di quasi tutti nella società occidentale odierna. Che beninteso non è necessariamente un male, come non lo è qualsiasi altra visione della vita, purchè questa non sia portata all’estremo e non diventi una malattia dell’io. Perchè poi alla fine mettere il proprio benessere davanti a tutti ci fa, guarda un po’, stare male. Aha! Fregati.

Comunque non è una paternale che vi voglio proporre oggi, bensì il ritorno della Trailer Fight, giunta al suo settimo round. Diamo quindi un’occhiata a cosa ci riserba il futuro prossimo venturo nel campo dei film solipsistici.

Ostacoli:

  • Trailer
  • Film incentrati su un protagonista assoluto
  • Film che riflettono sulla vita e la vita sociale degli individui

E se solipsisti devono essere, che solipsisti siano (mi piace questa parola. Solipsisti.  Solipsisti, solipsisti, solipsisti. Sembra uno scioglilingua). All’angolo rosso del nostro ring abbiamo un regista che dell’individualità e del protagonismo assoluto ha fatto un vero e proprio credo, dato che tutti i suoi film più che storie sono veri e propri ritratti parzialmente in movimento. Sto parlando di Reitman jr, che torna sul grande schermo dirigendo George Clooney in Up in the air. Nell’angolo blu lo sfidante One good man, di Christian Vuissa. Preparate i popcorn.

Up in the air

One good man

Up in the air è dunque il nuovo lungometraggio del figlio del papà dei Ghostbusters (detto così sembra che il buon Jason sia un collega di Peter Venkman). Dopo i ritratti del lobbysta del tabacco in Thank you for smoking e della ragazzina che risponde al nome di Juno, Reitman jr decide di spostare ancora più in alto l’asticella dei temi dei suoi film. Se in Thank you for smoking l’obiettivo era quello di veicolare il messaggio di usare quella matassa grigia che ci hanno messo in mezzo alle orecchie e di continuare a fare le nostre scelte in base alla nostra coscienza purchè non si danneggino gli altri (solipsismo, appunto), in Juno il buon Jason allargava il discorso all’altro, all’altro più debole: il bambino. Con tutte le aggravanti del caso, dovute ai nostri bisogni (crescere, maturare, divertirsi: siamo tutti adolescenti come Juno) in rapporto a quelle degli altri. In Up in the air il circolo sembra allargarsi ancora all’intera società. Il discorso messo in bocca a Clooney della valigia in cui mettere i pezzi della nostra vita, in rapporto alla leggerezza di chi viaggia col solo bagaglio a mano e su nel cielo sembra convincente e più maturo, quasi in antitetica negazione della simpatia bonaria del fumante e fumoso Aaron Eckhart. La chiusura pessimistica (We are not swarms. We’re sharks) sembra ben promettere nel campo della lucidità e dell’onestà verso lo spettatore. Con cui la conciliazione sarà di sicuro cercata (Reitman non è in grado di negarla, infatti si intuisce la componente ironica dell’opera), ma forse in maniera meno ruffiana di Thank you for smoking.

Di contro One good man sembra far respirare al suo spettatore un’aria ben più spensierata. Abbiamo di fronte un uomo che a un certo punto della vita, improvvisamente, comincia ad avere tutto. Tutto gira, tutto si mette in moto nel verso giusto in una spirale quasi incontrollabile. Il lavoro, i figli, la vita sentimentale. Anche i toni del trailer cercano di catturare con musiche e battute (non esilaranti, ma capaci di un bonario sorriso) suggeriscono l’aria della commedia non spensierata, ma meditata e meditante. Non lasciatevi ingannare. C’è qualcosa che si nasconde in questi anfratti. Generalmente trailer del genere tendono a ribaltare, a far cogliere lo spettatore con le braghe calate. Come, se mi è permesso il paragone, in Evangelion si sprecano molte scene comiche e ironiche per far affezionare lo spettatore ai personaggi, farlo  coinvolgere a fondo nelle loro vicende emotive per poi sfruttare questa empatia per colpirlo basso dove fa più male. One good man, secondo la mia opinione, vuole farlo. Io me ne sto con la guardia alzata, sicuro che il colpo arriverà e farà malissimo, ma conscio che se l’avversario deciderà alla fine di risparmiarmi ne sarò tragicamente e irrimediabilmente deluso.

Per le ragioni sopra espresse e per la conoscenza che ho del cinema di Reitman (l’imperatore del “carino”) non posso che propendere per Up in the air, vista la mia ignoranza anche di cosa aspettarmi nel film di Vuissa.

Saluti,

Michele

Facebook, Myspace, Lastfm, Flickr: chi più ne ha più ne metta

Mercoledì, 23 Settembre 2009

Questo momento doveva arrivare, prima o poi. E’ pronta e fresca sul sito una nuova variazione che tratta dell’argomento dei Social Network, da me tanto amati (in realtà anche no) e contemporaneamente tanto odiati. E il fatto che li amo così tanto si nota anche dal fatto che nella variazione non riuscirete a trovare nemmeno pagandolo a peso d’oro un voto che anche solo rasenti la sufficienza. Qualcosa dovrà pur dire, no?

Sfrutto questo spazio concessomi anche per fare un piccolo compendio all’ottima playlist di Damiano, segnalando la canzone dei Social Network per eccellenza. Drizzate le orecchie, figliuoli:

Come si fa ad escludere un pezzo del genere, dico io?

Un post ricco per una variazione ricchissima. Ecco a voi un ultimo video per chiudere questa variazione sui rapporti sociali nell’era di internet: uno straclassico cartone in flash sugli effetti collaterali dell’uso di MSN.

Buona lettura!

Saluti,

Michele

Prototype

Domenica, 20 Settembre 2009

In uno dei più recenti videogiochi “tripla A” presenti sul mercato, voi insoddisfabili macchine da intrattenimento multimediale siete chiamati a impersonare Alex Mercer, un uomo invischiato nelle indagini di una non meglio precisata cospirazione/corporazione statunitense. Tutto ciò che vi è dato di sapere all’inizio è che vi svegliate in un obitorio e vi ritrovate con una serie di poteri straordinari come possibilità di camminare sui muri, di effettuare grandi salti e di sventrare con un’enorme forza praticamente chiunque. Il sogno di tutti noi, insomma, anche se il buon Alex sembra non prenderla con filosofia e cerca in tutti i modi di trovare chi lo ha “ridotto così” per fargliela pagare.

In effetti questo Prototype pecca un po’, nella sua storia, sul piano delle motivazioni che spingono Alex a diventare una macchina da guerra. Ma per quanto riguarda il versante della sceneggiatura questo è, di fatto, l’unico grosso difetto. Perchè tutto il resto è fondamentalmente ben scritto: da un videogioco del genere non ci si aspetta una trama e degli sviluppi complessi alla Final Fantasy, per citare un esempio estremo, e tutto ciò che è scritto svolge più che bene il suo lavoro.

E il modo in cui questo lavoro onesto è svolto è un’altra punta di diamante. L’estetica di Prototype è curata all’estremo, ma non per un fotorealismo fine a se stesso: la resa grafica è infatti sapientemente espressionista nel sottolineare la situazione disperata in cui versa l’ottima ricostruzione di New York, scenario delle vicende. Lo sfondo infatti è quello di una grande pandemia zombiesca. I nostri zombi in questo caso non assomigliano molto a quelli di papà Romero della notte dei morti viventi, si rifanno più che altro alla new wave Boyliana alla 28 giorni dopo. Di fatto quindi lo scenario risultate è molto meno banale di quanto non si possa pensare.

L’ambientazione è quindi intrigante e funzionale al gameplay scelto. Riesce infatti a coprire al meglio che può l’effetto videogame. Infatti i giochi di questo tipo soffrono del fatto che al giocatore sono richieste sempre le solite cinque o sei tipologie di missione: raggiungi il punto X in tot tempo, pedina quel nemico senza farti scoprire o meno, difendi la posizione, uccidi almeno X nemici, eccetera… Quello che, nei classici giochi di ruolo Dungeons & Dragons si chiama “sindrome del fattorino fantasy”. Nella linea principale della trama non ci si accorge facilmente di essere invischiati in missioni del genere, la suspension of disbelief dunque funziona.

Lo stesso discorso, purtroppo, non vale per tutte le missioni di contorno. Alex infatti ha moltissime alternative sulla sua strada: trovare alcuni artefatti sparsi per New York e/o affrontare eventi di varia natura come corse, planate (sì, si può volare) o eventi uccisione. Tutti segnalini posti nella mappa che però non riescono nemmeno per un attimo a non richiamare un fortissimo senso di deja vu per Grand Theft Auto, pietra miliare del videoludo, al quale Prototype deve moltissimo.

Più divertente è invece gironzolare per la mappa in cerca dei personaggi chiave della vicenda, che verranno evidenziati non appena ci si avvicina abbastanza. Alex è infatti in grado di agguantare al volo le sue vittime e di assorbirle (letteralmente!) in modo da acquisire le loro abilità ed elementi sfocati dei loro ricordi. Filmati sporchi, confusi e ben realizzati che ricordano un certo gusto rugginoso alla Silent Hill.

Ma la summa ovvia del divertimento è quello che in realtà nessun GTA può dare. Perchè ad Alex sono concessi moltissimi poteri di attacco e altri di difesa rigenerativa che, se potenziati al massimo, lo rendono una macchina da distruzione assoluta nelle nostre mani. In particolare il potere degli enormi pugnoni vi farà di certo entrare, come è successo a me, in modalità “Hulk spacca!”: una vera e propria sadica pallina antistress con la quale dissolvere qualsiasi residuo di malumore provocato dal vostro capo durante la dura giornata di lavoro.

Alla fine, quindi, da una parte abbiamo una buonissima ambientazione, una scelta visiva curata e funzionale e una grande attenzione ai dettagli tecnici (la super agilità di Mercer ha le movenze del più tipico parkour, un’arte che nell’ultimo decennio ha avuto un vero e proprio boom di popolarità). Dall’altra c’è la consapevolezza che questo gioco non inventa nulla di nuovo, non osa staccarsi nemmeno per un attimo dalla sua mamma GTA. E dal fatto che non prova nemmeno a dire qualcosa di artisticamente valido, riducendosi proprio a una pallina antistress.

Insomma: divertimento e azione garantiti, realizzati da urlo. Ma per il punteggio pieno ci vuole un passo in più e Prototype si ferma giusto un attimo prima.

4 / 5

Saluti,

Michele

La strategia di marketing definitiva

Giovedì, 17 Settembre 2009

Qua su Five Obstructions non stiamo certo a pettinare le bambole. Abbiamo un team di esperti dietro la redazione (niente scherzi voi là dietro eh!) che dirige i suoi sforzi per raggiungere il 105% della potenza comunicativa possibile. Avete presente le infinite scimmie che battono tasti a casaccio su infinite macchine da scrivere? Ecco…

Ma bando alle ciance: quello che voglio presentarvi oggi è uno degli ultimissimi ritrovati della tecnologia di marketing. L’idea di fondo è questa: Five Obstructions è inengabilmente un sito poco interessante. Scriviamo scemenze su film che la maggior parte della gente nemmeno conosce e che provoca un cambio di canale quando incidentalmente ci si incespica nello zapping giornaliero. Inoltre siamo perfino pedanti, noiosi e, diciamocelo, cagacazzi. Nessuna sorpresa quindi se voi utenti non ci sopportate.

Ed è qua che viene il bello. Five Obstructions la pensa esattamente come voi! E vi fornisce la soluzione.

La soluzione si chiama Web Cornice. La potete trovare seguendo questo link. Cos’è la Web Cornice? E’ la soluzione definitiva che riesce a salvare capra e cavoli. Da un lato permette agli utenti di Five Obstructions di poter leggere i loro siti di cinema preferiti comodamente senza nemmeno digitare l’indirizzo o cliccare sui preferiti: è tutto lì a portata di mouse. Dall’altro rende contenti noi visto che continuate a navigare all’interno del nostro sito. Una situazione win-win, e tutti siamo contenti. Talmente contenti che adesso io  me ne vado a dormire, che temo di averne veramente troppo bisogno.

Saluti,

Michele

PS: In realtà l’idea che sta alla base della Web Cornice è tutt’altro che banale e stupida, a prescindere dalla veste satirica con cui è stata qui presentata. Ma sono troppo stanco e svogliato per esporla. Magari lo farà Damiano, coideatore della cosa, se non qui nel suo sempre ottimo blog, il cui ultimo post parla di un bel racconto di Dick. Non perdetelo.

Ma la notte la festa è finita evviva la vita (Venezia 66 inside)

Lunedì, 14 Settembre 2009

E anche quest’anno non ce l’ho fatta. Ogni anno che inizia mi dico “Questo è quello buono: quest’anno si va a Venezia”. E invece nada. Avevo anche coinvolto il prode Damiano nei sogni di gloria al lido per darmi un po’ più di responsabilità. “Se lo convinco del fatto che ce lo porterò non potrò più tirarmi indietro neanche volendo” era il motto di quest’anno. Incoraggiante no? Eppure ho inforcato le babbucce e ho seguito la mostra da casa anche stavolta. Anche meno che seguita, visto che in televisione non ho guardato nulla e le poche notizie che ho ripescato provengono dal sito ufficiale e da due o tre amici, infiltrati inconsapevoli.

Per questa ragione il 2009 sarà l’anno del seguente esperimento: la mostra del cinema di Venezia raccontata, con i suoi vincitori e perdenti, SENZA saperne niente e SENZA essere stato presente. Figo no? L’esercizio alla fine è meno folle di quanto possa apparire. E’ come giudicare un film dal trailer. Tutti noi sappiamo che i trailer nascono per ingannare, sono figli del dimonio. Eppure non possono farlo. Perchè devono mostrare un’immagine del film, almeno, devono dire chi è il regista e chi è la produzione. Chi sono gli attori che ci hanno messo la faccia. Conoscere questi elementi e giudicare un film è semplicemente come risolvere un’equazione, mentre guardarlo è vedere l’equazione che si risolve da sola. Se si è abbastanza bravi e si hanno gli strumenti giusti tra le due cose c’è poca differenza.

Per cui di seguito riporterò brevi impressioni e note sul futuro che mi riserberò di controllare per vendere quanto avessi ragione o torto. I film vengono esposti nè più nè meno nell’ordine in cui vengono reperiti da pagine ufficiali come http://www.labiennale.org/it/cinema/mostra/film/selezione_ufficiale/venezia66/. E la scelta tra quali includere e quali escludere è esclusivamente da quello che provo nel leggere regista, cast e titolo. Si comincia!

La doppia ora di Giuseppe Capotondi

Togliamoci subito il dente del cinema italiano e poi non ne parliamo più. A quanto ne dicono gli infiltrati questo è il miglior film italiano della mostra. Che però raggiunge una sufficienza poco men che piena. Da par mio posso dire che se la punta di diamante è questo regista esordiente stiamo messi male. Intendiamoci: gente come Sorrentino o Garrone già all’esordio hanno fatto il botto. Ma l’impressione è che Capotondi primeggi solo perchè l’avversario è Placido, il cui grande sogno è una porcata talmente grande che lo si capisce anche solo guardando distrattamente la locandina. Ah! Bei tempi quando a Venezia Crialese col suo Nuovomondo stava per portarsi a casa, con assoluto merito, il leoncino…

Accident di Pou-Soi Cheang

Ho un debole per questo figlio della new wave poliziesca di Hong Kong. Ho adorato il suo Dog bite dog, un durissimo colpo allo stomaco che non risparmia niente e nessuno e lo fa con stile adrenalinico e volto all’intrattenimento estremo. Che finale poi! Assolutamente da aspettare e da gustare!

Mr. Nobody di Jaco van Dormael

Cosa fa tornare al lungometraggio un regista dopo tredici anni di inattività su celluloide? La voglia di cinema? I soldi? Uno script che sembra a prova di bomba? Jared Leto? Diane Kruger (beh a me farebbe tornare da qualsiasi parte, anche dal regno dei morti. Yum!)? Mr. Nobody è un film che promette molto. Un uomo si risveglia a 120 anni ultimo mortale di un’umanità immortale e si interroga sulla propria vita. Come sottofondo: visionarietà fantascientifica. Sarà in grado di mantenere tutte queste promesse?

Cattivo tenente + My son, my son, what have ye done? di Werner Herzog

Signori: giù il cappello di fronte a un monumento del cinema. Herzog rappresenta forse il pezzo più importante, ancora vivente, di quest’arte. Forse esistono molti film prodotti in questi anni che lo avvicinano o, in certi aspetti, possono anche superarlo, ma di certo per quello che rappresenta il suo passato e il suo presente Herzog è il cinema. Qui a Venezia si presenta con un doppio colpo. Da una parte il remake di uno dei più colossali film di Abel Ferrara, una bomba esplosiva che so perfettamente che nelle sue mani può esplodere di nuovo più forte e più cattiva. E non lasciatevi ingannare da Nick “OneFace” Cage: qua siamo su livelli di attesa maestosi. E il secondo film che Herzog presenta sembra essere per palati molto più fini, ma di certo non è nè inferiore nè meno atteso. “Un uomo compie realmente un omicidio che avrebbe dovuto recitare in scena e si barrica all’interno del teatro”. Basta questa riga a farmi battere forte forte il cuore.

The road di John Hillcoat

Dalla trasposizione filmata di un premio Pulitzer non ci si può che aspettare grandi cose. Il Blindness di Meirelles riusciva solo in parte a comunicare quanto aveva da dire il romanzo originale, pur rimanendo un adattamento ragionato e ben fatto. Lo stesso discorso sembra valere, e varrà, per questo The road, che vede alla sua regia il John Hillcoat responsabile del bel western australiano scritto da Nick Cave: The proposition.

Lebanon di Samuel Maoz

Due paroline sul Leone d’oro è d’uopo spenderle. La guerra in Libano del 1982 vista completamente all’interno di un carro armato. Null’altro è mostrato: tutto si svolge lì dentro e quello che accade fuori può essere spiato solo dal mirino del cannone. Brillante l’idea di partenza, che mi ricorda qualche tratto dell’immenso United 93 di Greengrass. Il problema è che temo rischi di scivolare negli stessi difetti che hanno minato la potenziale grandiosità di Valzer con Bashir. Staremo a vedere.

E dopo il Leone due o tre considerazioni veloci veloci sui rimanenti. Non perdetevi per nulla al mondo la nuovissima rilettura da parte del maestrissimo Tsukamoto del suo pupillo cinematografico Tetsuo. Attesissimo anche il nuovo film di Solondz, Life During Wartime. Chiudiamo come abbiamo iniziato, con il cinema italiano. Baarìa di Tornatore: un ottimo modo per torturare qualcuno che non vi piace. Purchè non entriate neanche voi al cinema. “Berlusconi: «Baarìa capolavoro». Nel caso servisse un nuovo motivo per evitare i film di Tornatore.” si legge nel sempre ottimo blog di Luttazzi :D

Lista degli esclusi interessanti: Rec 2 di Badaguerò, Napoli Napoli Napoli di Abel Ferrara, The men who stare at goats di Heslov (risate garantite, così dicono), The informant! di Soderbergh (che qui fa ciò che gli riesce meglio: il cazzone) e Valhalla Rising di Refn.

E il 2010 è l’anno giusto per andare a Venezia, ne sono sicuro.

Saluti,

Michele

Storia dell’arte

Venerdì, 11 Settembre 2009

FiveObstructions torna finalmente a pieno regime anche per quanto riguarda le variazioni. E’ infatti pronta per la vostra lettura sul sito la variazione che riguarda le biografie di artisti lungo i secoli. Perchè FiveObstructions si adegua con i tempi che corrono: ricomincia la scuola e noi subito cominciamo le lezioni, partendo dalla storia dell’arte. Non vi sta bene? Allora, come dice un mio collega siciliano, “questa è la minestra o quella è la finestra” :)

Su su che in fondo avere me e Damiano dietro la cattedra (ancor meglio sulla cattedra) non è poi così male. Voglio dire: non siete di quelli che preferiscono la Gelmini, no?

Buona lettura, saluti,

Michele

Punisher: War Zone

Martedì, 8 Settembre 2009

Un post che sembra un’insalata di riso, c’è dentro un po’ di tutto, ma d’altronde è il post numero 100 di Five Obstructions (Auguri a me! Evviva me!). La portata principale è senza dubbio la nuova recensione su Giornalettismo: trattasi dell’ultimo film sul Punitore, supereroe supercattivo targato Marvel. Buona lettura!

La seconda parte del post è decisamente più irritante (non che le mie recensioni non lo siano, beninteso). Ho scoperto che giusto un paio d’ore fa la Telecom ha deciso di chiudere Grooveshark. Acquista e chiudi, in perfetto stile Wall Street (ne fanno il seguito!). Sono troppo stanco e incazzato per far piovere sui quei poveri stronzi della Telecom quello che si meritano, ma nel frattempo vi linko il post sull’argomento dal blog da solista del prode Damiano, del quale mi sento di condividere ogni singola sillaba (le virgole invece mi sembrano eccessive).

Nel frattempo mi son fatto un account per Five Obstructions su MixPod.com. Le playlist non verranno fermate così facilmente. Mala tempora currunt.

Saluti,

Michele

Katyn

Sabato, 5 Settembre 2009

Saluti a tutti. Per il primo post serio dopovacanziero vi riporto qui una recensione che doveva essere la prima ad apparire su Giornalettismo, ma poi per una questione o per l’altra è finita per essere solo una “prova” e non è mai stata pubblicata. Forte della mia anima ecologista dico che il futuro è nel riciclaggio perciò… buona lettura.

Questo film polacco del 2007, distribuito solo questa primavera in Italia, narra di un non troppo noto massacro perpetrato dall’esercito sovietico durante la seconda guerra mondiale nel Marzo del 1940. Nell’omonima foresta infatti vennero condotti quasi 22 mila uomini, tra ufficiali dell’esercito e civili polacchi, per essere giustiziati. Il film segue tutto ciò che gravitava attorno alle vite e alle famiglie di alcune di queste vittime dall’invasione russa della Polonia nel ‘39 fino alla liberazione russa della Polonia nel ‘45 (time paradox! :o ).

Katyn è l’ennesimo film che cerca di raccontare un angolo di quello sterminato campo storico che è il periodo nazista. Ennesimo non solo per la vastissima filmografia dedicata alla seconda guerra mondiale che dura da sessant’anni e più, ma soprattutto perché cade vicino a moltissime e variegate opere ad essa dedicata uscite di recente e di prossima uscita. Si può affermare senza ombra di dubbio che questo oscuro periodo sia diventato la culla dell’epica moderna, così pieno di eventi sproporzionati nelle loro cardinalità ed efferatezze, di maschere ben definite e di cruciali toni di grigio. Un periodo che può essere letto superficialmente e senza grossi spunti (Miracolo a S. Anna) o in una vena ancor più epica e caricaturale (il prossimo Inglourious Basterds).

L’anziano Andrzej Wajda ha trattato questo periodo già più e più volte, ma non ha ancora rinunciato a far sentire la propria voce e la propria qualità registica in questi tempi moderni. Ne è uscito questo Katyn, film molto complesso, in cui la sua enorme esperienza si fa sentire in tutta la sua pesantezza. La prima cosa che salta all’occhio è infatti la complessità della sua struttura narrativa, un turbinio di sottotrame che priva il lungometraggio di un protagonista preciso che possa rubare la scena alla storia stessa. Ed è complesso questo Katyn: complesso da seguire, complesso da giudicare, complesso da apprezzare.

Complesso da giudicare in quanto non lascia molti evidenti appigli stilistici allo spettatore. Ci si trova davanti a un film molto classico, a tratti perfino troppo. Sembra mancare quella visione artistica espressionistica senza la quale è impossibile farsi notare nel mondo cinematografico di questa fine di decennio. Non c’è una particolare cura fotografica, un taglio delle inquadrature, dei dialoghi, delle musiche. Il film insomma rischia di scivolare addosso allo spettatore e di non riuscire ad interessarlo. Sono pronto a scommettere che la maggior parte degli spettatori durante la visione si troverà a lamentarsi su quanto “troppo polacco” sia questo Katyn.

E dire che Wajda non è mai stato un regista privo di talento e di qualità tali da rimanere nascoste, sommerse dal mestiere che pure sa mettere in campo. Eppure questa sua grandezza nel passato, che gli ha garantito un posto di assoluto onore nella filmografia della Polonia, non sembra essere giunta intatta nel 2009. Qualcosa, troppo, sembra mancare. Non sembra affatto di stare di fronte a un’opera della stessa persona in grado di dipingere con tale maestria la discesa all’inferno dei soldati polacchi nell’affascinante I dannati di Varsavia. Non gli riesce insomma il riscoprirsi che è ha messo furbescamente in campo Costa-Gavras, un altro maestro del passato-presente, con il geniale Il cacciatore di teste.

Non è affatto da buttare però questo Katyn. Tuttaltro. La qualità di Wajda balena a tratti nel film. Se è ostico da mandare giù l’incipit carogna che stona veramente troppo sul tragico, si può apprezzare come il regista polacco abbia saputo sapientemente tinteggiare i toni di grigio su quasi tutti i personaggi e le situazioni. Oltre a regalare quella che reputo un’ottima citazione da segnarsi nel proprio memorabilia. “Io sono diverso da loro, non la penso come loro” “Se agisci come loro allora che differenza fa non pensarla come loro?”. Un ottimo esercizio mentale per chi ancora crede di potersi lavare la coscienza di tutto ciò che accade attorno a sé senza sentirsi responsabile del suo non agire per impedirlo.

Alla fine ciò che rimane nel lungo silenzio nero che separa l’ultima immagine dall’inizio dei titoli di coda non è affatto il troppo facile e superficiale incipit dei polacchi tra i due fuochi. Incipit che può impressionare solo i pochi intellettuali radical chic che ancora hanno bisogno di farsi dire quanto sbagliato sia cercare uno schieramento e una giustificazione a ciò che la Storia ha da subito decretato come ingiustificabile (comunismo o nazismo che sia). Ma è la bravura di Wajda nel rimanere asciutto. Asciutto di fronte al parallelismo russo-tedesco della Polonia spaccata in due (niente cattivi da operetta in nessuna delle due parti, osceno doppiaggio italiano da Sturmstruppen a parte). Asciutto nella sua inevitabile scena madre che ha il pregio di non scadere in eroismi della sorta di chi vede nella morte un (falsissimo) sacrificio da eroe dignitoso (Quattrocchi?), o in un voyerismo splatter, ma nel mostrare la morte in guerra per quello che è: un’asettica, sporca e non dignitosa catena di montaggio.

3 / 5

Saluti,

Michele