Archivio di Marzo 2010

Sul Mare con D’Alatri e Castiglio

Martedì, 30 Marzo 2010

Il vostro buon Michele si è ritagliato ieri sera una serata speciale, con cui voglio rompere la solita monotonia degli aggiornamenti di questo blog. Ieri sera, infatti, l’Università di Pisa ha organizzato una proiezione in anteprima di Sul Mare, ultimo interessante film di Alessandro D’Alatri. A corredo dell’anteprima c’è stato, a fine proiezione, anche un incontro con il regista e con il protagonista della pellicola, Dario Castiglio, al quale sono riuscito a fare anche un paio di domande. Ragion per cui questa non vuole essere la solita recensione, ma più un rapporto della serata. Da qui l’inclusione nella categoria del blog Interviste anzichè Film, sebbene io non abbia avuto gli spazi o la possibilità di fare una vera intervista (tantomeno una di quelle particolari che sono solito fare).

Cominciamo subito con l’unica nota stonata della serata: l’introduzione istituzionale dell’ospite. L’anteprima è stata accompagnata dall’intervento ufficiale di un professore, del quale non ricordo il nome e al quale si deve la serata, probabile prestanome di un’azione studentesca. Per sua stessa ammissione si trattava di qualcuno che non ha a che fare tutti i giorni con il cinema (e quindi un punto in più per la confessione), ma francamente mi viene da dire che si sarebbe capita la sua inesperienza anche senza tale mea culpa. Si è intuito che la sua conoscenza non andasse oltre Troisi o Fabio Volo. L’unica nota fondamentale e caratteristica del suo intervento (pre-visione e reiterato post-visione) è stata l’ossessiva e incalzante sottolineatura che “questo è un film italiano, prodotto da italiani, recitato da italiani, girato da italianiad libitum sfumando. Ora: francamente tali esternazioni autarchiche sempre poco mi hanno convinto, con tutto questo nazionalismo alle porte. E’ un segno di chiusura mentale e culturale su due aspetti.

Il primo è meramente di merito. Facendo una metafora motoristica: in quanti si esalterebbero a vedere una monomarca correre solo con piloti italiani solo su piste italiane e solo all’interno di una ristrettissima cerchia? Sarò strano io, ma a me esalta solo vedere se mettono una Ducati (o una Ferrari) sotto il culo del miglior figlio di puttana del mondo per vincere il campionato di tutto il fottuto globo (il tono pulp mi sembra adatto alla situazione). Doversi autoesiliare nella nostra Sant’Elena è un ottimo modo per svilire la caratura tutta internazionale di grandissimi autori quali Sorrentino, Garrone, Crialese, Diritti e chi più ne ha più ne metta.

Il secondo è una considerazione sul mercato, punto toccato più volte anche da D’Alatri nelle sue risposte e su cui non sono riuscito a fare una domanda puntuale. E che sostanzialmente punta il dito non tanto contro gli autori quanto proprio con il sistema Italia, malato da più parti e incapace di attirare lo spettatore. E’ facile fare invettive contro il pubblico del cinema volgare e popolare italiano che riempie le sale. E’ ben più difficile per un produttore investire per la rinascita del cinema di genere italiano, quello sì in grado di dare un sostentamento anche alla parte autoriale. Si ricorda che il tempo dei Fellini e dei Visconti era anche foraggiato dalle grandissime e indimenticabili opere di Mario Bava e Fernando Di Leo. E lo sa uno come Tarantino, a buon intenditor…

Passiamo alla parte vera di intervista, ovvero alle domande che sono riuscito a fare a D’Alatri e a Castiglio e, ovviamente, anche quelle che non sono riuscito a fare.

D’Alatri, domanda fatta: “Sul Mare è un film realizzato in digitale e questo si nota in moltissimi aspetti stilistici della ripresa (in particolare le riprese sottomarine, qualche primissimo piano estremo, le transizioni sui paesaggi accelerati…). Mi pare di riconoscere in queste cifre stilistiche tutte le caratteristiche di un nuovo inizio, più che di un punto di arrivo. C’è nel futuro di D’Alatri ancora digitale, ancora più personale, magari sulla falsariga dei notturni di Michael Mann o delle vere e proprie pazzie tecniche di Sokurov nell’Arca Russa?”.

D’Alatri risponde (non riporto virgolettati perchè non avevo carta e penna, dunque non ho le parole esatte ndMichele): questo è un film fondamentalmente dalle due anime. Da una parte ci sono una molteplicità di supporti diversi ripresa digitale (ben cinque: uno per le riprese sottomarine, uno per i ralenti, per le vedute aeree, di transizione, …), dall’altra la realizzazione prevalentemente in esterni e con una macchina digitale da appena 8000 Euro. E’ il frutto della curiosità venuta da anni di festival di cortometraggi in giro per l’Italia, quando D’Alatri nota con interesse e invidia le opere in digitale dei giovani con pochi mezzi che sognano la ripresa in pellicola. Sì, c’è un futuro a questa pazzia produttiva (comunque a un budget molto più alto di quelli che solitamente si vedono in Italia, un’autoproduzione interamente privata, nel senso di privata del denaro pubblico, da 700mila Euro), che D’Alatri sottolinea con orgoglio essere un vero e proprio “secondo esordio”.

D’Alatri, la domanda che non sono riuscito a fare. “Parlando di come si inserisce nel panorama italiano Sul mare ho notato due influenze in particolare. La prima, in apertura e chiusura, pare molto vicina al bellissimo corto di Mastandrea, Trevirgolaottantasette (link youtube). La seconda, che pervade il film più nei suoi meandri narrativi, è Respiro di Crialese. Queste influenze sono state importanti davvero in fase di ripresa e scrittura? E quali altre fonti italiane e non si possono ritrovare in questa “pellicola”?”.

Castiglio, domanda fatta: “Ho trovato molto straniante, soprattutto all’inizio, il voice over del tuo personaggio, che accompagna con i suoi pensieri tutto il film. Mi è sembrato inusuale e mi ha fatto iniziare la visione con qualche dubbio. Poi, una volta entrato in scena Salvatore, il tuo personaggio, questi dubbi sono stati fugati. Mi è quindi parso che la tua sia una recitazione molto più fisica, forse dovuta al fatto della maggior esperienza teatrale”.

Castiglio risponde: in fase di lettura della sceneggiatura e di creazione del personaggio Castiglio sapeva che sarebbero dovuti arrivare i voice over e che fossero un qualcosa da preparare con attenzione, in quanto esteriorizzazioni di qualcosa che stava interiorizzando, appunto il carattere e la vita del personaggio. L’elemento straniante è comunque voluto perchè il Salvatore sta parlando da un “altrove”, è ormai staccato dal mondo per via di ciò che gli succede all’inizio del film. E’ stato quindi un piacere per Castiglio essere riuscito a comunicare questo distacco, questo straniamento.

Castiglio, la domanda che non sono riuscito a fare. “La tua fisicità sulla scena mi ha comunque colpito molto, mi pare di vederti in maniera naturale davanti a una macchina da presa, cosa che in altri esordienti non è affatto facile immaginarsi. Ho sentito delle vibrazioni simili a quelle che mi dava un Elio Germano sei-otto anni fa (i già citati Trevirgolaottantasette e Respiro, sarà un caso?). Esiste uno come Germano al quale punti, non tanto come stile di recitazione (che spero tu possa forgiare più personale e meno sulle orme di qualcun altro), ma piuttosto come progetti al quale vuole e riesce a partecipare?”.

Questo è quanto. Alla fine sono uscito soddisfatto: da una parte la new wave di D’Alatri mi sembra entusiasmante, dall’altra sono rammaricato di non aver scocciato il buon Castiglio con l’offerta di una birra, e son sicuro che questa era la mia unica opportunità data la carriera che presumo abbia davanti. Non so se questo è solo dovuto al fatto che i punti di inizio mi piacciono intrinsecamente di più degli apici delle parabole: da lì anche se si è in alto si può solo scendere, mentre l’incertezza del futuro, anche il rischio che tutto esploda come una bolla ma la possibilità che non lo faccia, è qualcosa di frizzante e stimolante.

Saluti,

Michele

Ritratti #2: Alex De La Iglesia

Sabato, 27 Marzo 2010

Secondo ritratto di Five Obstructions. Ricordo che in questa sezione si raccoglie una monografia di un autore normalmente sconosciuto ai più, ma meritevole di attenzione per via delle sue cifre stilistiche o anche solo di intrattenimento poco noto al grande pubblico. Per questo secondo post della sezione ci spostiamo da Hong Kong per tornare nella vecchia Europa. Oggi infatti parliamo di un regista che viene dalla Spagna: Alex De La Iglesia.

Come potete notare dall’immagine, siamo su livelli di stazza e stile di un Guillermo Del Toro o di un Peter Jackson dei tempi che furono…

Il regista di Bilbao esordisce alla regia di un lungometraggio nel 1993 e da quella perla demenziale a basso budget che era Acciòn Mutante si capisce immediatamente che ci si trovava di fronte a una mente fuori dagli schemi e capace di stupire. Acciòn Mutante è una perla dell’humor nero, sempre in bilico sul versante horror e sci-fi, con delle fortissime tinte satiriche nei confronti di una società ipocrita e perbenista. Se si passa sopra alla povertà di mezzi, ci si trova con tante grasse risate tra le mani.

Già dalla locandina si capisce di che pasta sia fatta questa pellicola. Il seguente El dia de la bestia beneficia sicuramente di un budget decisamente superiore. Di conseguenza pare che De La Iglesia non se la sia sentita di spingere troppo il piede sul lato comico. Eppure anche questo è un capolavoro del grottesco, un horror più classico e riuscito che non perde troppo sul versante della risata anarchicamente eversiva.

Da registrare le collaborazioni per le colonne sonore coi Def Con Dos, misconosciuto gruppo spagnolo che ha saputo trovarei ritmi giusti delle opere del buon Alex, e di Angulo, onesto caratterista. Con Perdita Durango comincia ad arrivare una certa attenzione internazionale (complici le presenze di Javier Bardem e James Gandolfini). Sebbene dotato di alcuni scambi di battute epici, il film risulta decisamente più scialbo dei suoi predecessori, una sottospecie di brutta copia ispanica di Natural Born Killers.

Saltando una pellicola che non ho visto, si entra nel 2000 con La comunitad, che se non erro è il primo suo film ad avere una vera distribuzione italiana. E sancisce l’ingresso nel suo stile più attuale e moderno. Rimane attaccato alla commedia nera spagnola, ma l’horror ormai è un lontano ricordo. Rimane il grottesco, ma sempre plausibile e teso a prendere in giro le perversioni e la vituperata normalità (in questo caso l’avidità che mette tutti contro tutti).

Sulla medesima falsariga sta il divertente Crimen ferpecto (in mezzo sta 800 balas, un’altra delle mie lacune di De La Iglesia). Con questi due film Alex riesce, pur rinnegando parte della sua anima originale, a posizionarsi con efficacia all’interno della cinematografia spagnola. Che è troppo dedita a dividersi tra commedie o drammi a sfondo sessual-confuso oppure a una new wave dell’horror che è un’eterna promessa, sorpassata insospettabilmente dagli autori francesi. De La Iglesia, con la sua fresca commedia del grottesco, sa imporre una sua terza via, strettamente personale e meritevole di essere considerata.

Questa sua personalità lo rende un candidato ideale per l’equivalente spagnolo dei Masters of Horror: Peliculas para no dormir. Purtroppo questa produzione televisiva ha un forte accentramento produttivo, che tarpa le ali alle diverse personalità dei registi chiamati a dirigere. Nel caso di De La Iglesia questo si sente molto di più che per un Badaguerò o un Serrador. La Habitaciòn del niño non sembra nemmeno diretta dalla sua mano quanto da una di quelle dei produttori, tanto è conforme a tutti i luoghi comuni delle altre pellicole.

Forse scoraggiato da questo appiattimento, De La Iglesia non ha più prodotto sul grande schermo niente di paragonabile al suo passato anche recente. La sua ultima uscita è infatti Oxford murders, un banale whodunit con enigmi infantili e poco affascinanti.

Adesso, dopo un’esperienza televisiva seriale, il buon Alex si è rimesso al servizio del grande schermo. Non si trovano molte notizie a riguardo, ma la speranza di ritrovare il gusto del grottesco di quest’uomo è qualcosa che mi spinge ad avere ancora fiducia in lui.

Saluti,

Michele

Il profeta

Mercoledì, 24 Marzo 2010

Seconda recensione di fila su Giornalettismo (ormai sto guadagnando del potere, da quelle parti). Tra l’altro, con questa, il numero di recensioni su questo sito è diventato maggiore del numero di variazioni… Sigh, d’altronde la variazione richiede un lasso di tempo nettamente superiore per essere preparata. Pazienza.

Comunque sia, questa volta tocca al Profeta, un film ben considerato al Festival di Cannes dello scorso anno.

Saluti,

Michele

Shutter Island

Domenica, 21 Marzo 2010

Nuova succulenta recensione sul succulentissimo ultimo film di Martin Scorsese, in grado di riuscire a fare un film migliore del già ottimo The departed. Buona lettura,

Michele

Gigi la trottola

Giovedì, 18 Marzo 2010

Qui a Five Obstructions non siamo nuovi alla vecchia mossa del citare uno straclassicissimo del passato, in particolare degli anni 80, che nulla ci incastra con quanto pubblichiamo ma serve solo per attirare l’attenzione. Una volta l’attenzione si attirava giusto con tette e culi, poi è venuto il politically correct e ahinoi… Ecco i risultati:

Agghiacciante. Comunque l’unica cosa che accomuna Gigi la trottola con Five Obstructions è la nuova variazione pubblicata sul sito. Che, senza starla a fare tanto lunga, ci porta in giro per il mondo (”in giro”, “trottola”, “globe trotter”, l’avete capita no? … Dai! … E’ facile! … Ok…). In particolare parliamo di western ambientati in ogni dove, ad eccezione degli Stati Uniti. La solita genialità che ci contraddistingue.

Non perdetevi inoltre la playlist di un sempre più confuso Damiano, che in geografia temo non abbia mai brillato (è lunga e leggendaria la battaglia che mi vedeva impegnato a convincerlo dell’esistenza del Molise).

Saluti,

Michele

Del videoludo cinematografico: Heavy Rain e Modern Warfare 2

Lunedì, 15 Marzo 2010

Per l’attesissimo angolo del “vergonoso-post-segnaposto-quando-non-ho-recensioni-o-variazioni-da-proporre”, oggi parliamo delle contaminazioni che stanno tra il mondo videoludico e il cinema. Tema abbastanza trito e ritrito se siete tra quella categoria di giocatori intenzionata ad approfondire un po’ quello che per gli altri è un semplice passatempo dalla dubbia maturità. Non intendo dire nulla di nuovo, probabilmente, e il poco di nuovo che ho da dire farà rizzare i capelli sulla testa di molti. E’ un carico di oscenità che alle orecchie di un onesto frequentatore di Ars Ludica credo suoni come se dentro San Pietro entrasse Benigni proferendo il suo monologo bestemmiante in Berlinguer ti voglio bene.

La prima cosa da chiarire è che il moto della contaminazione che ci interessa è quello che parte dal cinema e arriva al videogioco. Di trasposizioni cinematografiche di popolari titoli ludici poco me ne tange: esse non sono ancora arrivate al punto di definire una semantca e un’espressione nuova nel cinema. Film come Resident Evil, Silent Hill e Tomb Raider sono film normali in tutto e per tutto. A volte son fatti bene, altre volte male, ma il punto è che trame e personaggi riportati su celluloide non presentano alcuna contaminazione videoludica nel modo di inquadrare la storia. Dunque niente di innovativo, niente di interessante (da questo punto di vista è molto più interessante Crank).

La storia della contaminazione cinematografica all’interno dei videogiochi è abbastanza lunga. Non la sto a ricordare per due motivi. Primo perchè non la conosco e secondo perchè è abbastanza indifferente ai fini del post (che sono quelli di farvi perdere tempo). In realtà perchè essa è stata vista in maniera un po’ troppo unidirezionale, e cioè con le contaminazioni che dal linguaggio cinema passano a quello del videogioco. Contaminazioni che coinvolgo soprattutto il modo in cui il giocatore interviene sulla storia, ovvero giocando. Esempi classici sono, per dirne alcuni, Dragon’s Lair, Final Fantasy e Indigo Prophecy, a volte conosciuto col titolo Fahrenheit.

Proprio quest’ultimo titolo della Quantic dream fa parte del più immediato regime di interesse proprio per la recente uscita di un suo nuovo cuginetto: Heavy Rain. Il fiocco azzurro in casa Quantic dream è abbastanza simile come approccio a Fahrenheit. Io non ci ho giocato in quanto convinto pc-ista ed Heavy Rain pare non in uscita per la piattaforma PC, ma solo per Ps3. Tuttavia quanto valeva per le caratteristiche salienti di Fahrenheit vale anche per Heavy Rain, con l’eccezione del fatto che è tutto più curato, più dettagliato e più estremo.

Quali sono dunque le caratteristiche salienti dell’approccio di Heavy Rain, della Quantic dream in generale e di David Cage in particolare, il master mind dietro ai progetti di questa Software house? L’idea è quella di portare ad estremo contatto il mondo del cinema con quello del videogioco. E il modo di farlo sostanzialmente non cambia la sua filosofia da quel Dragon’s Lair che citavo poc’anzi: il giocatore è chiamato fondamentalmente a muoversi con approcci molto diversi nella scena (terza persona, prima persona, inquadrature insolite che lasciano una prospettiva particolare, ecc…) e a seconda di questi approcci può interagire in maniera limitata con l’ambiente circostante. Spesso è chiamato a premere semplici combinazioni di tasti e/o movimenti e, a seconda di rapidità e mosse corrette, parte un successivo spezzone di filmato o gioco.

In pratica il giocatore è chiuso dentro una gabbia dorata. Tutto quello che gli appare agli occhi sembra un film: ne ha le stesse caratteristiche di trama dettagliata, fotografia, personaggi che agiscono e ci fanno scoprire pezzi della storia e quant’altro. E tutto questo accade in Heavy Rain nel 2010 esattamente come in Dragon’s Lair nel 1983 (non ero ancora nato :’) ).

La gabbia dorata è la stessa che riveste il giocatore in tutti gli altri titoli di tutti gli altri generi videoludici. Tuttavia negli ultimi anni il videogioco si è spostato sempre più verso gli eventi scriptati. Un evento scriptato si può vedere come una tagliola: il giocatore esegue una determinata azione e questa parte e si sviluppa in maniera indipendente. Fino agli ultimissimi anni gli eventi scriptati erano una tagliola fin troppo evidente, che ammazzava completamente la sospensione dell’incredulità e ricordavano costantemente al giocatore che stava dentro un videogioco, dentro questa gabbia che nemmeno appariva tanto dorata.

Poi l’arte dello scripting si è evoluta, e uno degli snodi su cui ho messo direttamente le mani fu Call of Duty. Non assumo per ignoranza personale che sia il vero capostipite, ma credo ci si avvicini abbastanza. In questa evoluzione gli eventi scriptati esistono sempre, ma sono talmente tanti e ben realizzati da fornire una cornice ambientale quasi naturale alle azioni del giocatore. Ci si trova finalmente immersi in un ambiente che non è solo oggetto passivo, ma diventa attivo e protagonista dello snodo della vicenda.

Questo nel tempo è diventato un pregio, anche se non nascondo che nelle prime incarnazioni di Call of Duty il giocatore pareva un contorno superfluo all’azione, cosa un po’ sconfortante per un videogioco. Adesso con Modern Warfare 2 è tutto dove deve stare: script che scattano alla perfezione e quasi del tutto invisibili, piccole animazioni e chicche che rendono l’azione di squadra molto più immersiva e una moleplicità di punti di vista diversi con cui confrontarsi (oltre il classico FPS anche corse in slitta, movimenti da sub, irruzioni da SWAT e compagnia bella).

Insomma: anche lo scripting è diventato una gabbia dorata, proprio come il cinevideoludo di Heavy Rain. Dove sta la differenza e la mia malcelata preferenza per il primo rispetto al secondo? Sta nel fatto che sostanzialmente la gabbia di Heavy Rain è dorata, sì, ma le sbarre sono strette, vicine al giocatore, opprimenti. Si nota troppo il fatto di non avere alcuna libertà e di far scattare dei grilletti con le proprie azioni guidate. Nemmeno il paradiso dello scripting Modern Warfare 2 dà libertà d’azione, beninteso, ma almeno i confini di questa gabbia sono vaghi e indefiniti. La scena della fuga dalla favela ha echi visivi e stilemi di inquadratura tipici di un Black Hawk Down. Fahrenheit non raggiungeva mai eguali richiami di un Matrix, pur apertamente scopiazzandolo.

Secondo la mia modestissima opinione il percorso di Modern Warfare 2 è pieno di innegabili difetti. E’ commerciale, è su una linea evolutiva da sempre piuttosto conservatrice ed è dotato, tra le altre cose, di una trama ridicola, stereotipata e insensata (siamo ancora al “I guerrieri più forti del pianeta”, Gesù). Tuttavia è più vicino a quello che dovrebbe essere l’esperienza cinematografica interattiva per il videogiocatore, se non a livello di tecnica a quello di filosofia.

Heavy Rain assomiglia filosoficamente un po’ troppo alla poltrona con telecomando ideata dalla Gialappa in Tutti gli uomini del deficiente (a cui però manca il tasto “Nuda! Nuda!” e quindi gli è pure inferiore). Il videoludo cinematografico, almeno per la mia opinione sugli anni prossimi venturi, è fatto di immersione in un ambiente e una gabbia quanto più lontana possibile dagli occhi del giocatore. Dobbiamo essere parte integrante di un’azione coinvolgente, non annoiate divinità con un telecomando in mano.

Saluti,

Michele

Alice in Wonderland

Venerdì, 12 Marzo 2010

Devo farla finita di scrivere recensioni positive su Giornalettismo perchè, come ben si sa, esse attirano poca attenzione e un numero esiguo di commenti. Datemi tempo e tornerò lo spietato Michele di sempre. Per il momento però godetevi pure la positiva ma non troppo recensione dell’ultimo film di Tim Burton.

Saluti,

Michele

Trailer Fight #11: The Real Rocknrolla

Martedì, 9 Marzo 2010

Prendo in prestito il titolo del (probabilmente) fittizio sequel del penultimo film di Guy Ritchie per questa nuova trailer fight fiammante e trasgressiva. Oggi parliamo di tre cose, che vanno solitamente di pari passo: gioventù, ribellione e rock. Sembra quasi di essere tornati indietro nel tempo a sentire queste parole. Il cinema, fortunatamente, sa farlo molto meglio dell’umanità. Gli ostacoli di questa trailer fight sono dunque:

  • Trailer
  • Storie di ribellione
  • Storie con protagonisti giovani
  • Storie in cui il rock ha un ruolo importante

Quali film prossimi venturi soddisfano queste quattro regole? Probabilmente molti, ma ho deciso di sceglierne in particolare due che pur avendo così tanti punti in comune riescono ad essere dei prodotti diversissimi. Il primo è un film iraniano, dalla produzione sofferta tanto quanto le vicissitudini dei suoi protagonisti: No One Knows About the Persian Cats. Il secondo è un classico teen rock movie statunitense, con protagoniste le due ragazzine emergenti come belline e perfettine: Dakota Fanning e Kirsten Stewart si dividono la leadership di The Runaways.

No One Knows About the Persian Cats

The Runaways

L’iraniano No One Knows About the Persian Cats è una storia che pare avere ben poco di originale. Questa è una considerazione triste non tanto per il mondo del cinema quanto per quello reale: le storie di regimi oppressivi sono ormai talmente scontate da essere stereotipo dell’umanità. Vedendo il trailer la mente corre senza troppe difficoltà a un altro affresco ben realizzato del regime iraniano, quel Persepolis attraverso cui Marjane Satrapi aveva tanto, forse troppo, da dire. La storia che traspare da questo film pare essere dipinta con molta più efficacia. E’ una storia con cui finalmente si riesce a dire qualcosa di sensato e attinente alla parola “indie” (e questo, credetemi, è tutt’altro che scontato): indipendenza da un regime, che sia politico o culturale. La bella scena che si annuncia, del concerto sotterraneo schermati da un protettivo pavimento, dà un ulteriore motivazione semantica all’altra parola, l’underground, che rende il rock così affascinante. Indipendenza, ribellione, pericolo, segreto: questo film sembra avere tutto per essere un dipinto del vero rock’n'roll che fa infiammare e appassionare la gente. L’unico rischio è che la scuola iraniana lo influenzi troppo, perchè uno stile di ripresa alla Samira Makhmalbaf o alla Jafar Panahi (che comunque non sembra avere) non gioverebbe molto a questo genere di film, che nasce come una freccia rivolta all’Occidente per colpire il se stesso Orientale.

The Runaways ha apparentemente tutto quello che il nostro immaginario collettivo di rock contiene. Hot chick, ribellione giovanile, party esagerati, orde di fan urlanti. Tuttavia si vede che c’è qualcosa che non va. E’ un rock della decadenza finale, che si nutre solo di un autarchico se stesso, perdendo tutte le cariche di liberazione che vorrebbe avere. Dakota Fanning che si pittura la faccia in apertura è uno sciocco clichè, e il trailer prosegue nel mostrarci una storia senza alcuna capacità eversiva. Il target del film è chiaro: guardare le cosce di due giovanissime bonazze emergenti e rimanere intrappolati nel sogno di essere una rock star. Nel desiderare e sognare di essere al loro posto, al centro dell’attenzione. Mi gioco senza alcun problema il futuro ravvedimento dell’una e perdizione dell’altra, come se avessi già visto il film. Decadenza dunque: finto rock, finto spirito ribelle. Vero conformismo e guinzaglio che il Potente, come insegna il pur pieno di difetti School of rock, sa usare in maniera assai subdola.

Anche io sono stupito, ma quest’oggi l’Iran batte gli Stati Uniti.

Saluti,

Michele

Invictus

Sabato, 6 Marzo 2010

Su Giornalettismo una recensione che il buon Michele mai si sarebbe sognato di perdere. Esce il primo film al cinema che tratta di rugby in maniera decente e di assoluto primo piano… Cosa chiedere di più?

Comunque, mentre voi vi leggete la recensione, Five Obstructions si prepara a un nuovo DDD-Day per l’uscita dell’ultimo film di Burton. Anche il buon Lars alla fine ha dovuto stare al passo con i tempi che corrono:

Alla prossima settimana per sapere cosa ne pensiamo.

Saluti,

Michele

Alici?

Mercoledì, 3 Marzo 2010

La variazione è come il pesce: dopo tre giorni si butta?

Ovviamente no, sciocchini. Se parlo di “Alici” è perchè ho tanti paesi delle meraviglie da riempire, nella variazione di questa settimana. Ne ho contati ben quattro, ma ce ne sono almeno un paio di più. Vendesi paese delle meraviglie, quasi nuovo con solo 18000 km, vista sulla villetta del bianconiglio.

Ad ogni modo la variazione di questa settimana non è affatto casuale. Parlo di paesi delle meraviglie in onore dell’uscita nei cinema italiani di una nuova incarnazione dell’immortale e fantastica storia ideata da Lewis Carroll.

Ironico non è vero? (Come è ironico il fatto che la variazione sia stata pubblicata ora è casuale: per puro caso avevo questa variazione disponibile proprio questa settimana. Sono parte di un ingranaggio più grande di me. Oppure la mia mente riesce a dominare inconsciamente il caos in cui vivo. Fico). Ma questo non vi interessa: godetevi il ritorno nel paese delle meraviglie.

E siccome di meraviglie vogliamo parlare, permettetemi un ultimo meravigliante paragrafo che c’entra poco con la variazione. Ricordate il genialissimo viral videoclip degli Ok Go che danzano sui tappeti mobili? No? Qui c’è il link, bufulci. Insomma: gli Ok Go sono tornati, con un nuovo video più sbrilluccicante che mai. Della musica poco importa (ieri l’ho perfino visto muto!), ma il video è assolutamente e pazzescamente un paese delle meraviglie. Meno geniale di quello appena linkato, perchè non c’è un’idea originale dietro realizzata con niente (in fondo il Pitagora Suicci esiste da decenni), però la realizzazione è qualcosa da bocca apertissima. Giudicate voi:

Bello vero? Con questo per oggi si chiude.

Saluti,

Michele