Trailer Fight #14: Sono pensionato e mi sento inutile

25 Luglio 2010

La via della pensione è una via dura, si sa. Ed è un argomento talmente importante che Five Obstructions già lo trattò con una variazione ad essa dedicata. Poveri pensionati: messi in un angolo senza nulla da fare con il contentino della pensione. Risolleviamoci il morale visto che, con i tempi che corrono, presto questa piaga della pensione sarà solo un brutto ricordo e potremo renderci utili per la società fino ed oltre gli ottant’anni. No: fare il bloggher non conta, è inutile che ci proviate.

C’è però chi anche di questi tempi combatte questa terribile malattia. Chi non si rassegna di fronte al passare del tempo e decide che il mondo ha ancora bisogno di lui, volente o nolente. E così, se nella variazione a cui mi riferivo prima, parlavamo di registi che ben oltre l’età pensionabile continuano a lavorare a denti stretti e ad evolvere il proprio linguaggio, ora parliamo di una reazione spinta dalle stesse motivazioni, ma attraverso mezzi diversi. Una delle reazioni tipiche all’invecchiamento è infatti la negazione: “Non è vero che sono diventato un rottame, ho ancora la forza dei miei vent’anni”.

(Purtroppo, per dirla con Marcellus Wallace, “Questa è una merdosissima realtà della vita, ma è una realtà della vita davanti alla quale il tuo culo deve essere realista. Vedi, questa attività è stracolma di stronzi poco realisti che da giovani pensavano che il loro culo sarebbe invecchiato come il vino. Se vuoi dire che diventa aceto, è così; se vuoi dire che migliora con l’età, non è così”). Pertanto gli ostacoli sono:

  • Trailer
  • Film con protagonisti/attori anzianotti
  • Film con protagonisti/attori che cercano di negare il proprio invecchiamento

Tra gli sfidanti di oggi abbiamo due grandi icone degli anni ‘80. Da una parte c’è un film attesissimo da molti amanti dell’action duro&ignorante di quegli anni. Si tratta di The Expendables, l’ultimo film di Stallone che punta a riunire tutta la vecchia cricca. Dall’altra parte c’è RED (Retired Extremely Dangerous), che vede come protagonista l’inossidabile Bruce Willis. Questa si preannuncia essere finalmente una lotta interessante tra pesi massimi in questa rubrica da sempre un po’ troppo fighetta. Fuoco alle polveri, dunque.

The Expendables

RED

The expendables è figlio di un sentimento di totale insoddisfazione di certo pubblico di fronte ai tempi moderni. Mancano, da svariati anni, i duri che più duri non si può, mancano gli Schwarzenegger, i Rambo, i John McLane. E’ un sentimento diffuso tra chi ha amato il commerciale d’azione degli anni ‘80, che è svanito come neve al sole, disintegrato dai colpi dell’action orientale (Hard boiled). Stallone decide di metterci una pezza, costruendo un’infrastruttura ripiena di ricordi di muscoli e testosterone e nulla più. C’è veramente pochissima carne al fuoco in questo trailer. Solo un’ostentazione esagerata del passato che non può ritornare. E non è che non possa per ragioni filosofiche, semantiche o vattelapesca culturali. No, il punto è molto più semplice. Se l’industria di Hollywood ha capito che l’action anni ‘80 non ha più senso di esistere significa semplicemente che è una necessità commerciale e nulla più. Quel tipo di cinema è un relitto perché non incassa e non perché la congiura dei critici snob ha deciso che il pubblico non si debba più divertire. E mentre perfino uno come Van Damme sa riciclarsi in JCVD, o Jackie Chan in Shinjuku incident, null’altro hanno da dire i vari Lundgren, Li e soci. Tra gli unici a guadagnarci qualcosa spicca forse il solo Statham che tra Crank e questa apparizione ha saputo certamente costruirsi il suo pubblico andando a ripescare qualche extra anche tra coloro che vivono ancora sognando le carrozze a cavalli nel mondo delle automobili. Inspiegabile questa recessione di Stallone dopo il pur bello Rocky Balboa.

I pensionati di RED sono di tutt’altra pasta. Il loro far finta di non invecchiare è molto diverso. Innanzi tutto c’è una certa dose di umorismo e autoironia che non guasta mai. E che è del tutto assente in The expendables. In questo impietoso sguardo verso loro stessi c’è la piccola sequenza di inquadraure su un Willis nullafacente che da sola ha più sugo degli interi due minuti del trailer di Stallone. Secondariamente c’è da notare come questa banda di pensionati sia comunque composta da attori veri. Da gente che è in grado davvero di assumere un’espressione diversa dalla stessa faccia, da chi ha capito che esistono anche modi diversi di girare una scena d’azione che non contraendo tutti i muscoli facciali possibili e far vedere rugose vene iperpompate. Capace di pronunciare la trita battuta di quanto sia buona la vecchia scuola senza però sembrare (troppo) dei cliché su due gambe. Il gusto colorato e giocattoloso da cinecomics alla Joker del Batman di Tim Burton (soprattutto nel personaggio di John Malkovich) fa il resto. Perché sta tutto qui il merito di RED: quello almeno di essere meglio sincronizzato con i tempi e di saper cogliere con la giusta ironia i caratteri del fumetto che hanno dominato la decade cinematografica appena passata. Probabilmente RED non sarà un film memorabile, d’altronde stiamo parlando del tedescone che sta dietro Tattoo e Fightplan. Ma per battere questo Stallone ci vuole proprio poco.

Inutile dire da che parte pende la mia bilancia, no?

Saluti,

Michele

Inception

23 Luglio 2010

E’ arrivato il momento del filmone del 2010. Quello che in Italia arriverà a Settembre e che il vostro prode Michele a stelle e strisce s’è sacrificato a vederlo in anticipo per farvi avere un’antemprima. Un’insolitamente lunga recensione su Giornalettismo aspetta i vostri occhi avidi di sapere se Nolan ce l’ha fatta anche stavolta (sì).

Saluti,

Michele

Folgorazioni

20 Luglio 2010

Sulla via di Damasco.

No, non c’entra nulla. La variazione di questa settimana parla di luce, sì, ma di quella in fondo al tunnel. Solo per il gusto di pensare e sperare che il trapassare non sia poi così brutto come lo si dipinge. C’è chi va in paradiso per il clima, chi spera di divertirsi all’inferno con la compagnia. Io, personalmente, preferirei zompettare ancora sulla Terra come zombie in cerca di cervelli di cui nutrirmi. Sono gusti.

Tanto anche se ci fosse un’invasione di zombi la soluzione è dietro l’angolo:

Godetevi questa playlist perché, visto il tema, potrebbe anche essere l’ultima (tiè).

Saluti,

Michele

Restrepo

16 Luglio 2010

Per la regola del contrappasso, quelli di Giornalettismo hanno pubblicato la recensione di cui lamentavo il ritardo proprio cinque minuti dopo il mio precedente post. Che dire? Me la sono cercata. Comunque sia voi potete leggere la recensione di Restrepo, un interessante documentario sulla vita di un plotone dell’esercito americano nella valle della morte in Afghanistan.

Saluti,

Michele

The Last Airbender

14 Luglio 2010

Su Giornalettismo paiono avere grossa crisi: è un paio di settimane che saltano la pubblicazione della recensione che gli ho mandato. Quindi per vendicarmi pubblico direttamente qui quella che avrei dovuto spedire dopo quella che hanno già, ovvero quella che avreste dovuto leggere oggi. Si tratta di The Last Airbender, ultima fatica di M. Night Shyamalan.

M. Night Shyamalan prosegue nella traiettoria, tutta personale, della decostruzione della tradizione Hollywoodiana combattuta proprio sul terreno di Hollywood. Genio che vuole essere incompreso o cialtrone?

Il regista indiano è stato per il grande pubblico una delle più emozionanti scoperte di inizio XXI secolo. Il suo stile di regia apparentemente accessibile e una decisa propensione per il money shot d’impatto lo hanno reso popolarissimo all’inizio della sua carriera (poco importa se sia cominciata effettivamente nel 1992, per tutti il suo battesimo è avvenuto sette anni dopo). All’epoca della loro uscita, film come Il sesto senso e Unbreakable divennero cult all’istante, senza passare dal via. Il grande pubblico ha quindi sentito subito “suo” Shyamalan e ha riposto su di lui grandi aspettative e la condanna a poter solo fare remake di se stesso. Ma fin dal francamente imbarazzante Signs il regista indiano ha forse capito che quella dell’eterno rifarsi non era una strada percorribile senza scendere nel ridicolo. E ha deciso di dare una svolta alla sua carriera che definirei, pur rischiando di essere preso a pernacchie, vontrieriana. Purtroppo per Shyamalan, questa sua scelta ha esibito lui alle pernacchie, e sono abbastanza sicuro che l’accoglienza che il grande pubblico ha riservato a pellicole come Lady in the water e The happening sarà ripetuta, mille volte più forte, anche per The last airbender.

Il film è un adattamento della serie animata statunitense andata in onda a partire dal 2005. In particolare il film è un adattamento integrale della prima delle tre stagioni, denominata “Book of Water”. In pratica si tratta di un accrocchio abbastanza pasticciato di mitologie orientali che spaziano dall’India alla Cina alla sempre verde, e dal mai abbastanza deprecato abuso, della simbologia dei quattro elementi (aria, acqua, terra e fuoco). Ma d’altronde anche la serie televisiva era della stessa pasta, quindi poco c’era da rovinare. La storia tratta dell’Avatar, un essere leggendario in grado di parlare con gli spiriti e mediare la loro guida sulle quattro nazioni del mondo, ognuna simboleggiata da uno degli elementi e patria dei “bender”: uomini in grado di manipolare il proprio elemento per combattere. Cento anni prima dell’inizio del film, la reincarnazione dell’Avatar scompare senza lasciare traccia. La pellicola parte proprio dal ritrovamento dell’Avatar nella nazione dell’Acqua del Sud, da parte di una coppia di fratelli. Aang, l’Avatar, viene poi rapito dalla nazione del Fuoco, che si scopre essere responsabile dello sterminio del popolo dell’Aria e desiderosa di distruggere l’Avatar per espandere il suo dominio sul mondo intero.

E’ meglio mettere in chiaro subito una cosa: The last airbender non vi piacerà. No, è inutile anche solo provarci: uno lo può apprezzare per alcuni motivi, ma non è possibile che gli piaccia. Innanzi tutto è un film montato letteralmente a caso: durante i combattimenti ad esempio i personaggi si trovano in una situazione e al successivo stacco di montaggio si trovano da tutt’altra parte con tutt’altri nemici da affrontare. E’ poi scritto anche peggio. A parte le continue infrazioni alla regola non scritta dello “show not tell”, ogni tanto scivola in scene che fanno rimanere letteralmente basiti: Shyamalan (autore anche della sceneggiatura, ricordiamo) non si prende la briga nemmeno di fare una scena di tre minuti per far capire allo spettatore che Tizio si innamora di Tizia, ma appena presenta il personaggio di Tizia ti dice col voice off “E Tizio se ne innamorò”, inquadrando il suo sguardo languido. Lasciamo poi perdere gli abbozzi di scenette comiche, oppure il fatto che ogni sacrosanto personaggio deve spiegare a parole nei dialoghi i suoi stati d’animo e il suo background, ve ne prego. D’altronde stiamo parlando di un film in cui una fusione tra l’India e gli All blacks (la nazione del fuoco è capitanata dal mai troppo osannato maori Cliff Curtis) è intenta ad abbrustolire degli esquimesi fricchettoni (le due nazioni dell’Acqua) e una versione non comunista dei cinesi (la nazione della Terra). Insomma, dai.

Tutti questi elementi stanno al cinema come La Febbra (“Sciamalaiaaa!”) sta al Sesto senso. Sembra fin troppo facile giudicare un film del genere. Quindi ci deve per forza essere qualcosa che ci sta sfuggendo. Se ci si sofferma a pensare com’è impostata la filmografia di Shyamalan, come proposto nell’introduzione di questa recensione, ci si deve rendere conto di una cosa. C’è un senso di continuità, di evoluzione guidata, di pianificazione della sequenza dei film realizzati dal regista indiano. Parte da una regia che più Hollywoodiana non si può (Il sesto senso), la porta al suo esacerbarsi e al marcire (Signs), la ribalta in una bella (meta)critica cinematografica (Lady in the water) e infine la prende sonoramente per il culo (The happening) e noi con lei. Non a caso la situazione complicata tra Marky Mark e il ficus di plastica è diventata un meme su Internet troppo gusto per esimersi dall’irresistibile citazione. Ma non lo tiro in ballo per rimarcare l’ovvio. Quanto per fare notare come, visto con gli occhi della parodia a volte implicita a volte esplicita, c’è più sugo in The happening che ne Il sesto senso e Unbreakable messi insieme.

A questo punto vien ancora di più da sottolineare il paragone con cui ho aperto il paragrafo precedente: è vero che The last airbender sta al cinema come La Febbra sta al Sesto senso, nel senso che è superiore a ciò di cui è parodia perché dietro la sua stupidità è intelligentemente divertente e insospettabilmente colto (proprio come gli esordi di Maccio Capatonda). La domanda se The last airbender è effettivamente la schifezza che sembra sorge spontanea anche quando si vedono alcuni dei temi trattati. Viene sottolineata più di una volta la paura del protagonista di diventare un simbolo, di dover sacrificare se stesso e l’intera vita “normale” a cui aspira per divenire il punto di riferimento di un intero mondo, un peso in grado di schiacciare la testa di chiunque.

E Aang che rifiuta di essere l’Avatar non è forse lo Shyamalan che, schiacciato dalle richieste di girare un famigerato “Il sesto senso 2”, si rifiuta di essere il punto di riferimento per lo stato dell’arte del colpo di scena? Non è forse lecito aspettarsi da chi prima prende a pernacchie la critica (Lady in the water) e il suo pubblico di nicchia (The happening) un coro di pernacchie anche per il grande pubblico Hollywoodiano? Il suo percorso lo ha portato su territori vicini a quelli di Lars Vont Trier: lo sberleffo e la provocazione fine a se stessa. Il regista danese, pur nei suoi eccessi (Antichrist, Il grande capo, Dogville, Le cinque variazioni), rimane sempre in grado di girare malissimo tecnicamente, ma oltre il divino per quanto riguarda tutto il resto che gravita attorno al mondo del cinema. Shyamalan ne è quasi il totale opposto, con le sue riprese ancora lontane da un’autorialità indipendente da Hollywood. Insomma: due sono le ragioni per salvare, se lo si vuole, The last airbender. Una è la classica “Talmente brutto che è a un passo dal sublime” (è una citazione), l’altra è l’autorialismo alla Von Trier. Sfortunatamente non sono del tutto convinto della seconda.

Saluti,

Michele

Sant’Antonio Horror (l’hanno fatto davvero!)

10 Luglio 2010

“I am Mr. Abbas Abacha the third son of Late General Sani Abacha, Nigeria former Head of State and Commander in Chief of the Armed Forcesy. I consider you reputable and trustworthy enough to assist me in receiving the sum of USD $27 Million (Twenty Seven Million U.S. Dollars). I have equally agreed in principle to offer you 25% of the fund for your services.”

Ah che tempi. Ve li ricordate? Era il 2000 o giù di lì quando email come questa cominciavano a fare il giro del mondo nelle caselle di posta di noi poveri sventurati. Promesse di ricevere milioni e milioni di dollari sul proprio conto in banca per non fare assolutamente niente. I bei tempi in cui il phishing non era ancora abbastanza furbo da far finta di essere minimamente preso sul serio.

Eppure, incredibile dictu, come c’è gente che compra il viagra su Internet solo perchè legge un messaggio di spam, c’è perfino gente che è cascata in questi messaggi talmente ridicoli che non me la sento nemmeno di chiamarle trappole. E non sono nemmeno pochi (com’è che faceva quel detto sulla mamma degli imbecilli?). Controllate un articolo della BBC del 2006 se non ci credete.

Ma ecco che arriva la rivelazione tragica. Hanno fottutamente ragione loro. E il cinema se ne è accorto e ne dà conferma. E’ arrivato, inaspettato come un democristiano che si costituisce (questa battuta aveva come data di scadenza il 1993, porc! Devo smetterla di rifornirmi da Paolo Rossi), il film sull’assassino delle catene di Sant’Antonio! Vedere il trailer per credere.

Che dire? Complimenti per il coraggio. Francamente un horror parodia sulle catene di Sant’Antonio avrebbe tutte la carte in regola non solo per essere divertente, ma pure con un gustosissimo sapore di modernità sul malocchio del XXI secolo. A patto che fosse un po’ più legato alla realtà dei fatti (cos’è quell’orribile grafica della lettere? Molto meglio far vedere una schermata di Outlook!), magari con quel giusto mix shakerato tra The ring e Final destination. E invece no, sembra essere il solito Jason dei poveri qualunque. Preannunciata delusione.

Per fare un film realmente gagliardo si sarebbero dovuti ispirare alla parodia delle catene di Sant’Antonio pubblicata sul blog di Paolo Attivissimo:

Meo Smazza, pornodivo shakespeariano, non diede alcun peso a questa mail: ignoti gli riempirono un profilattico di azoto liquido, e lui se ne accorse solo dopo averlo indossato.”

Questo sì che pagherei per vederlo sul grande schermo. O forse no. Sta di fatto che ormai la mania sono mesi che dilaga anche su Facebook, con l’ovvio aumento esponenziale di boccaloni che credono di vedere il proprio omino di MSN diventare da giallo a blu (ma si può? … ).

Ora scusate ma devo andare a ricaricare la PostePay che sento un irrefrenabile desiderio di enlargiare il mio penis.

Saluti,

Michele

PS:

E’ arrivato il momento della banfa

7 Luglio 2010

Come preannuncia il titolo è arrivato il momento di svelare gli altarini. Il vostro buon Michele è stato scelto da Google per una Fellowship della durata di tre anni sullo studio delle reti sociali.

Per motivi a me ancora impescrutabili, questa pare essere una notizia di interesse pubblico. Al punto da portare il Dipartimento di Informatica di Pisa presso cui faccio il dottorato a farmi da PR in giro per i giornali. Il primo frutto è stata un’intervista pubblicata oggi (ieri) sul sito del sole 24 ore. Ecco il link.

Visto che siete dei lettori svegli, vi sarà subito sorta una domanda. Che cosa c’entra tutto ciò con il cinema in generale e con Five Obstructions in particolare? Praticamente nulla in tutta onestà. Anche se, a dire il vero, dall’incipit dell’articolo si capisce subito quanto io abbia spudoratamente tentato di fare pubblicità a questo sito. Tra l’altro fallendo (non ci facciamo mancare niente).

Serve tuttavia a ingigantire il mio già smisurato ego. Non che ce ne fosse bisogno, sia chiaro. O forse è un modo per pararsi il culo in futuro. “Perchè non stai aggiornando Five Obstructions, Michele?”. La scusa “Ehhhh c’ho da fare per Gugol!” presto sostituirà la sempre verde “Damiano non mi ha ancora mandato la playlist”.

Saluti,

Michele

UPDATE (09/07/2010): Un po’ di ulteriore rassegna stampa “aftermath”:

Ritratti #3: Sang-soo Hong

5 Luglio 2010

Terzo ritratto della serie Five Obstructions. Si torna all’Oriente: dopo Hong Kong e Spagna questa è la volta di una delle voci autoriali più improtanti della Corea Del Sud: Sang-soo Hong.

Di Sang-soo Hong riesco a delineare con molta accuratezza la carriera dal 1996 (esordio al lungometraggio) al 2006. Si tratta di sei film molto intensi e dalle caratteristiche comuni molto marcate che rendono la sua filmografia un tutto omogeneo come quelle di, per citare altri esempi asiatici, Wong Kar Wai e Tsai Ming-liang. E questo è chiaro fin dai primi The day the pig fell into a well (lo dico fin da subito: ben difficile riuscire a eguagliare i titoli scelti dal regista per i suoi film in quanto a poca chiarezza e fascino surreale) e The Power of Kangwon Province, in cui Sang-soo narra due storie parallele nate entrambe da amori finiti ed entrambe su un treno.

Virgin Stripped Bare by Her Bachelors è il film che segue, introducendo un altro degli elementi tipici del cinema di Sang-soo Hong: ambientare la vicenda tra persone di cinema, o in generale letterati borghesi. In questo ambiente il regista si lascia andare in pochi colpi di scena o avvenimenti interessanti per concentrarsi sulla complessità dei rapporti interpersonali (in questo caso perfino con un’inusitata ferocia).

Un attore è anche il protagonista di On the Occasion of Remembering the Turning Gate. In questa pellicola il gioco della struttura poliedrica della pellicola si fa da oggettiva strutturale a interna del personaggio. Non più spezzoni di varie storie che si incastrano tra di loro e cominciano prima che la precedente finisca, ma un continuo ritornare ai momenti di svolta della propria vita, il turning gate del titolo.

Woman Is the Future of Man è il primo film di Sang-soo Hong che ho visto ed è quello che mi ha convinto ad indagare di più sul suo conto. In questa pellicola si raggiunge la perfezione postmoderna del racconto di una storia. Un incontro tra due amici per ricordare una storia del passata, una donna amata da entrambi che aggiungerà poi il suo ulteriore punto di vista sulla faccenda. Un bell’affresco che ci aiuta a capire su come sia ben diverso il vero passato da ciò che ricordiamo o vogliamo ricordare.

Da questo momento la produzione di Sang-soo si comincia a infittire come numero di pellicole all’anno. E arriviamo a Tale of cinema, film in cui la sua mania dell’iper strutturazione della pellicola raggiunge forse il massimo e il suo esempio più esplicito. Nonchè, a mio avviso, anche uno degli elementi meno convincenti. E’ un film più studiato a tavolino degli altri, in cui è vero che è la sua razionalità a tenere sempre tutto sotto controllo, ma in cui sa anche concedere i giusti spazi ai propri personaggi.

Con Woman on the beach si esaurisce la mia conoscenza del cineasta sudcoreano. Un film più ironico e movimentato, ma sempre incentrato su triangoli e quadrangoli amorosi nella costante decostruzione delle pagliacciate morali e formali costruite su chi presume di governare a pieno il proprio agire.

Dopo questi sette film arriva un corto e altri tre lungometraggi. L’ultimo dei quali, HaHaHa, è stato presentato al Festival di Cannes del 2010 e si è portato a casa il premio Un Certain Regard, mica ciufoli…

Saluti,

Michele

Ondine

2 Luglio 2010

Mentre si celebra il funerale del mio povero computer, Giornalettismo pubblica la mia recensione di Ondine, il nuovo film di Neil Jordan (La moglie del soldato, Intervista col vampiro) con Colin Farrell. Buona lettura.

Saluti,

Michele

Si parte

29 Giugno 2010

Io sono già bello che arrivato in America e l’idea di un coast to coast mi intriga assai. Ma non sono qua per divertirmi, purtroppo. Voi che invece potete (credo, altrimenti siamo tutti sulla stessa barca) gustatevi la nuova variazione presente sul sito. Si parla di viaggi e scoperte. Non necessariamente vacanze, ma tant’è.

Saluti,

Michele