Articoli marcati con tag ‘indie’

I gatti persiani

Domenica, 29 Agosto 2010

A causa della modesta offerta cinematografica di Agosto, su Giornalettismo questa volta pubblico un piccolo salto indietro nel cinema del 2010. Si tratta di uno dei film underground più interessanti della stagione, proprio perché il suo essere underground è dovuto alla repressione e non tanto alla mancanza di produzioni milionarie. Parlo dell’iraniano I gatti persiani. Buona lettura.

Saluti,

Michele

Trailer Fight #13: Internet White knight

Sabato, 19 Giugno 2010

L’Internet White Knight è una figura mitologica del web che è nata con le comunità online e prospera attorno ai branchi delle attention whores. L’internet white knight è quel figuro che prende le più spassionate difese delle ragazze esibizioniste in forum e social network. Attaccate per il fatto di voler essere al centro dell’attenzione con ammiccamenti, foto discinte, spam e perfino cose peggiori, il white knight ne prende le difese anche nei casi più indifendibili, con più o meno evidenti doppi fini (bibliografia minima). O, per metterla giù semplice:

La Trailer fight di oggi non è espressamente dedicata a questa figura mitologica del web, ma a trailer di film che ne contengono una specie di versione combattiva. Togliamo “Internet” e teniamo “White knight” ovvero colui che lotta per la salvezza, ma soprattutto la conquista, della pulzella di turno. Un assunto piuttosto banale, ormai non siamo più nei tempi de le donne, i cavalier, l’arme, gli amori. Eppur queste cose accadono ancora nelle nostre adorate produzioni cinematografiche. E’ ancora tutto fermo e immobile o qualcosa si sta muovendo? Ecco gli ostacoli che ci accompagnano per la strada:

  • Trailer
  • Film con protagonisti adolescenti al liceo
  • Film con scene di combattimenti estremi
  • Film incentrati sul rapporto di amore tra un ragazzo e una ragazza
  • Film in cui il protagonista deve combattere per la sua bella

Uao. Cinque ostacoli. Sebbene la ridondanza sia palese, questa volta ci siamo andati pesanti. I due film che si sfidano, in tutti i sensi possibili, sono entrambi figli della volontà di soddisfare una ben precisa fetta di pubblico. All’angolo rosso abbiamo Twilight: Eclipse, e non c’è bisogno di specificare a quale fetta di mercato io mi stia riferendo. Tra l’altro faccio notare che questo è una specie di ritorno alle origini, perchè il primo episodio della saga di Twilight fu protagonista (perdente) della prima trailer fight. Lacrimuccia. A contendergli la cintura di campione all’angolo blu c’è il nuovo film interpretato dall’icona indie Michael Cera: Scott Pilgrim vs the World, e dalla scelta del protagonista anche in questo caso il target è ben più che chiaro. E ora che le presentazioni sono state fatte, ecco il suono della campanella e l’inizio del massacro:

Scott Pilgrim

Twilight Eclipse

Io DEVO cominciare a parlare di Scott Pilgrim vs the World perchè proprio non riesco a trattenermi. Perchè non è solo il fatto che questo film riesce ad essere qualcosa di abbastanza originale nel genere delle diatribe adolscenziali da cotte. E questo è già un bel punto a suo favore, mica era facile. Ma perchè il caro Edgar Wright, autore di due mai troppo esaltate perle come Shaun of the dead e, in misura minore, Hot fuzz, è uno che sa fare fottutamente bene il suo lavoro. Di più: è uno di noi. E’ una persona che ha vissuto cibandosi costantemente di quella cultura pop sotterranea fatta di film horror, azione, fumetti e videogiochi. E la composizione stilistica a torneo, quella visuale con la grafica pixellosa urlano questa passione per il sotterraneo. Trama ed espressione da coin-up, one liner pungenti e ammiccanti (”What are you doing?” “Getting a life”, come la tagline del film: “An epic of epic epicness”) e un utilizzo maturo e significativo della computer grafica da sbandierare sotto gli occhi di chi ancora ha pregiudizi nei confronti delle nuove forme di espressione preferendo acriticamente una reazionaria nostalgia per il passato. Il male non è la computer grafica, ma l’utilizzarla male. Anche i pupazzi di gomma facevano schifo se a utilizzarli era qualcuno non in grado di farlo. Gli unici dubbi che si possono sollevare rispetto a un’operazione del genere sono quelli dovuti all’esperienza: troppi trailer fantastici si sono rivelati lungometraggi in cui tutto il meglio che avevano da dire era nel promo di due minuti. E a favore di questa ipotesi c’è l’assenza di Simon Pegg alla sceneggiatura, che con Wright ha per ora dato vita a uno duo superiore alla somma dei due talenti presi singolarmente. Ma per questo si giudicherà il film finale: come trailer Scott Pilgrim rasenta la perfezione.

Non aspettatevi un paragrafo così ricco di spunti ed esaltazioni anche per Twilight: Eclipse. Non è questione di pregiudizio o altro (pregiudizio che è comunque la base fondante delle trailer fight, sia ben chiaro). Ma perchè al terzo episodio di una serie e all’ennesimo trailer che prospetta la solita minestra riscaldata non ci si può aspettare più niente di nuovo. Siamo sempre di fronte alla solita solfa alla Harmony vampiresca in cui la bella di turno è tormentata da superuomini che lottano per le di lei grazie. La solita epica da soprammobile femminile per cui la massima aspirazione della donna è essere oggetto di conquista da parte di due superuomini dai superpoteri. Mi chiedo se alla fine il vincitore poi la accompagni a fare shopping e le porti montagne di scarpe e vestiti con la sua superforza. Insomma, alla fine avrei potuto fare tranquillamente il copia-incolla dal commento scritto per la primissima trailer fight. Non l’ho fatto per una semplice ragione: in questo caso c’è un assai fioco spiraglio di luce. Alla regia infatti c’è David Slade. Non un genio, sia ben chiaro, ma 30 giorni di buio aveva il suo perchè. Per non parlare del ben più sorprendente (e, in qualche modo, assolutamente antitetico alla filosofia di Twilight) Hard candy. Non credo che uno come Slade abbia la forza, chessò, di un Cuaron che fu in grado di dare una svolta assolutamente inaspettata, e di grande qualità, a una serie che viaggiava su due binari ben profondi e quasi inattaccabili. Quindi probabilmente Eclipse non sarà quello che Il prigioniero di Azkaban fu per Harry Potter, ma almeno ci si può sperare.

Scott Pilgrim oltre a battere il resto del mondo si fa beffe anche di licantropi e vampiri, almeno in questa trailer fight.

Saluti,

Michele

IFF Boston parte 2

Martedì, 4 Maggio 2010

Chiudiamo dunque la parentesi che ho aperto la settimana scorsa sull’IFF Boston. Per prima le comunicazioni ufficiali: i vincitori. Per quanto riguarda la narrativa il premio della giuria è andato a Down Terrace: una crime comedy britannica (evidentemente l’humor del paese della nebbia ha una certa presa sui bostoniani). Il pubblico ha invece premiato Winter’s bone che, se non erro, ha raccattato qualcosa anche al Sundance di quest’anno (e ciò è male, per un’infinita serie di ragioni). Versante documentari: per la giuria vince The oath, la storia di due arabi i cui destini si intrecciano da 1996 alla sbarra della corte suprema passando per l’11 Settembre. Per il  pubblico il vincitore è stato Family affair, un documentario sulla pedofilia. Infine i corti: la giuria dice Born sweet (Cambogiano), il pubblico God of love la cui sinapsi è interessante: un campione di freccette (!) entra in possesso di alcune freccette magiche in grado di far innamorare le persone.

E questa è cronaca. Veniamo alle opinioni, alle visioni di prima mano. Come anticipato qualche giorno fa, mi sono gustato tre film e ve li presento in ordine di visione.

Il primo è Perrier’s bounty, ed è stato anche quello che ho gradito di più del terzetto. Lo Ian Fitzgibbon alla regia mi era del tutto sconosciuto, ma è stato in grado di confezionare un pulp noir veramente efficace. Siamo lontani dal videoclippismo di Ritchie o dal postmodernismo di Tarantino, ma Fitzgibbon ha il merito di non montarsi troppo la testa. Sa avere le idee giuste per inquadrare una sceneggiatura ben scritta da O’Rowe (Intermission e Boy A). Al resto ci pensa un cast ispiratissimo: dal cattivo Gleeson passando per Byrne, Broadbent e, soprattutto, il Cillian Murphy che sembra capace di trasformare in oro tutte le sue interpretazioni. L’irlandese pulp è arduo da capire senza sottotitoli (a parte “Fock!”, quello è chiarissimo e lo dicono ogni tre parole ), ma assolutamente intraducibile e imperdibile. 4 / 5

Il secondo è Cracks. Ambientato in un collegio femminile britannico degli anni ‘30 e interpretato, tra le altre, da Eva green e la gnocchissima Maria Valverde, il film si rivela essere piuttosto scialbo. Protagonista è la voglia di evasione e di essere speciali e libere delle ragazzine in una fase importante della loro crescita. A coltivare questo terreno c’è l’insegnante di educazione fisica, che però sa cogliere anche lo spirito artistico e anarchico della vita. A destabilizzare il tutto arriva il personaggio della Valverde, una ragazza straniera. E da quel momento ciò che era libertà diventa rancore, ciò che era desiderio diventa invidia. Molto simile, in alcuni passaggi di sceneggiatura, a Io sono l’Amore di Guadagnino, Cracks ne condivide i limiti. Il finale è particolarmente brutto, come nel film italiano, ma d’altronde è abbastanza inevitabile ed è quindi proprio l’idea del film da buttare via, per quanto la pellicola sappia regalare i suoi momenti godibili. 2 / 5

Infine ho visto The killer inside me, addirittura preferendo questo film alla pellicola di Solondz. La scelta è assolutamente sbagliata se si pensa alla differenza di caratura tra l’americano e Winterbottom, che è un regista mai capace di andare considerevolmente sopra la sufficienza. Eppure che ci posso fare? A me Winterbottom sta simpatico, e pure tanto. E, parlando di accenti e interpretazioni impossibili da capire all’infuori della lingua originale, non ci si può proprio perdere l’enorme lavoro di Casey Affleck. D’altronde tutto il film è costruito intorno alla figura malata del suo gentiluomo fuori e marcio criminale dentro. Una dicotomia tagliata con la solita accetta “made in Winterbottom”, eppure in grado di catturare ed esplodere in alcuni scatti di cara vecchia ultraviolenza. Come al solito: niente di che, ma assolutamente da vedere. 3 / 5

Aspettiamo tutti con ansia il festival di Settembre.

Saluti,

Michele

IFF Boston: Parte 1

Mercoledì, 28 Aprile 2010

L’essere in una grande città delle dimensioni di Milano e, forse, a livello internazionale leggermente più importante (certamente con Pisa il paragone è impietoso), comincia a dare i propri frutti. Sono infatti in programma almeno due festival del cinema: il Boston Film Festival (17-23 Settembre quest’anno, nelle edizioni passate sono stati premiati film come Apaloosa e Flash of Genius), ma soprattutti il festival del cinema indipendente (IFFBoston) cominciato il 21 Aprile e della durata di una settimana.

Poteva dunque il vostro buon Michele perdersi un’occasione del genere? Potevo risparmiarvi un post saccente e autoreferenziale in cui mi vanto semplicemente di esserci andato? Sono forse queste domande retoriche? E’ retorico fare una domanda retorica chiedendosi se essa è retorica? Non mi ricordo cosa dovrei rispondere comunque, in buona sostanza, sono andato a due serate per visionare un totale di tre film. Ma soprattutto per respirare un po’ l’aria del festival.

Dei tre film che ho visto (Perrier’s bounty, Cracks e The killer inside me) parlerò in un secondo post, un resoconto dettagliato delle mie visioni. Qui invece vi parlo fondamentalmente del festival e del suo programma.

Lo scenario è il multisala di Somerville. Boston è una città fortunata per quanto riguarda il cinema: ce ne sono molti e le alternative al paradossale sistema distributivo americano non mancano. Arriverà anche per Boston il post per la guida alla sopravvivenza cinematografica, ma vi basti pensare che in America normalmente i film proiettati sono solo in lingua inglese. Paradossale è il caso di Rec, fenomeno horror che invece di essere importato è stato soggetto a un remake fotocopia americano per essere distributo qui. Qua, grazie a Somerville con questo festival e altri cinema come Kendall sq e Coolidge corner, è possibile vedere anche film di importazione non in lingua inglese. E l’IFF è il tempio di queste possibilità.

Un tempio fatto di tanta buona volontà, pochi soldi e tantissimi volontari. Ogni film è introdotto, più che da una lettura critica, dall’elenco degli sponsor che hanno permesso finanziariamente tutto il baraccone. Un’aria provinciale nel senso buono del termine, un festival fatto di tanta passione e poca premeditazione, un atto d’amore per il cinema che mal si sposa con gli sfarzi di red carpet e premi dorati (leoni, palme od orsi che siano). E proprio per questo va il mio sincero apprezzamento a tutto quanto.

Programma dunque: che cosa c’è in questo IFF Boston 2010? Una divisione quasi completamente tripartita tra corti, documentari e fiction. Di corti, ahimè ho visto e sentito poco, dunque non ne posso parlare. Per quanto riguarda la narrativa, invece, ci sono dei nomi di tutto rispetto da tenere d’occhio.

C’è innanzi tutto il Winterbottom del già citato The killer inside me e autore di moltissime pellicole che hanno visto sicuramente in molti, pur senza conoscere a fondo il regista. C’è l’italiano Luca Guadagnino del già visionato Io sono l’amore, che rappresenta un sicuro passo in avanti rispetto a Melissa P, ma ancora difficile da trattare come un’opera matura e compiuta. C’è tutta la cattiveria satirica del miglior Todd Solondz con il suo Life during wartime. C’è Soul kitchen di Fatih Akin e Cella 211 di Daniel Monzòn, di cui ho visionato l’interessante The Kovak box. Tra i nomi più famosi ci sono infine l’amato sudcoreano Kim Ji-Woon con il da poco recensito in una variazione The good, the bad, the weird e l’ultimo di Ken Loach interpretato da Eric Cantona.

Per la sezione documentari ci sono senza dubbio nomi di minor impatto, quantomeno nel grande pubblico. C’è Negroponte, la storia di un tossicodipendente curato con i metodi degli sciamani africani. O Life 2.0, un documentario, se non ho capito male, quasi interamente girato all’interno di Second Life. Oppure il documentario sulla vita di Elliott Smith.

Insomma: ce n’è per tutti i gusti. Per le mini-impressioni sui film visionati vi lascio al prossimo post, per raddoppiare l’effetto del mio pavoneggiamento bostoniano.

Saluti,

Michele

Trailer Fight #11: The Real Rocknrolla

Martedì, 9 Marzo 2010

Prendo in prestito il titolo del (probabilmente) fittizio sequel del penultimo film di Guy Ritchie per questa nuova trailer fight fiammante e trasgressiva. Oggi parliamo di tre cose, che vanno solitamente di pari passo: gioventù, ribellione e rock. Sembra quasi di essere tornati indietro nel tempo a sentire queste parole. Il cinema, fortunatamente, sa farlo molto meglio dell’umanità. Gli ostacoli di questa trailer fight sono dunque:

  • Trailer
  • Storie di ribellione
  • Storie con protagonisti giovani
  • Storie in cui il rock ha un ruolo importante

Quali film prossimi venturi soddisfano queste quattro regole? Probabilmente molti, ma ho deciso di sceglierne in particolare due che pur avendo così tanti punti in comune riescono ad essere dei prodotti diversissimi. Il primo è un film iraniano, dalla produzione sofferta tanto quanto le vicissitudini dei suoi protagonisti: No One Knows About the Persian Cats. Il secondo è un classico teen rock movie statunitense, con protagoniste le due ragazzine emergenti come belline e perfettine: Dakota Fanning e Kirsten Stewart si dividono la leadership di The Runaways.

No One Knows About the Persian Cats

The Runaways

L’iraniano No One Knows About the Persian Cats è una storia che pare avere ben poco di originale. Questa è una considerazione triste non tanto per il mondo del cinema quanto per quello reale: le storie di regimi oppressivi sono ormai talmente scontate da essere stereotipo dell’umanità. Vedendo il trailer la mente corre senza troppe difficoltà a un altro affresco ben realizzato del regime iraniano, quel Persepolis attraverso cui Marjane Satrapi aveva tanto, forse troppo, da dire. La storia che traspare da questo film pare essere dipinta con molta più efficacia. E’ una storia con cui finalmente si riesce a dire qualcosa di sensato e attinente alla parola “indie” (e questo, credetemi, è tutt’altro che scontato): indipendenza da un regime, che sia politico o culturale. La bella scena che si annuncia, del concerto sotterraneo schermati da un protettivo pavimento, dà un ulteriore motivazione semantica all’altra parola, l’underground, che rende il rock così affascinante. Indipendenza, ribellione, pericolo, segreto: questo film sembra avere tutto per essere un dipinto del vero rock’n'roll che fa infiammare e appassionare la gente. L’unico rischio è che la scuola iraniana lo influenzi troppo, perchè uno stile di ripresa alla Samira Makhmalbaf o alla Jafar Panahi (che comunque non sembra avere) non gioverebbe molto a questo genere di film, che nasce come una freccia rivolta all’Occidente per colpire il se stesso Orientale.

The Runaways ha apparentemente tutto quello che il nostro immaginario collettivo di rock contiene. Hot chick, ribellione giovanile, party esagerati, orde di fan urlanti. Tuttavia si vede che c’è qualcosa che non va. E’ un rock della decadenza finale, che si nutre solo di un autarchico se stesso, perdendo tutte le cariche di liberazione che vorrebbe avere. Dakota Fanning che si pittura la faccia in apertura è uno sciocco clichè, e il trailer prosegue nel mostrarci una storia senza alcuna capacità eversiva. Il target del film è chiaro: guardare le cosce di due giovanissime bonazze emergenti e rimanere intrappolati nel sogno di essere una rock star. Nel desiderare e sognare di essere al loro posto, al centro dell’attenzione. Mi gioco senza alcun problema il futuro ravvedimento dell’una e perdizione dell’altra, come se avessi già visto il film. Decadenza dunque: finto rock, finto spirito ribelle. Vero conformismo e guinzaglio che il Potente, come insegna il pur pieno di difetti School of rock, sa usare in maniera assai subdola.

Anche io sono stupito, ma quest’oggi l’Iran batte gli Stati Uniti.

Saluti,

Michele

Spring @ Caracol

Domenica, 31 Maggio 2009

Inauguriamo oggi una nuova sezione del blog di FiveObstructions: quella musicale. Sono stato molto restìo ad aprirla in quanto di musica non faccio mistero di non capirci assolutamente niente. Da qui la mia reticenza nel parlare di qualcosa di cui so ben poco e il poco che so non è certamente così interessante da costituire una rubrica di una rivista virtuale (ahahah come se la maggior parte dei blogger sanno qualcosa di quello di cui parlano, devo smetterla di avere tutta questa fiducia nell’umanità).

Tuttavia la sezione ha ancora senso in FiveObstructions. Punto primo perchè c’è il buon Damiano, che potrebbe anche decidere di farsi vedere più spesso su questi lidi, invece di stare sempre rintanato nella sua piccola tana all’interno del sito. Punto secondo perchè comunque parlare di musica secondo i miei intimi gusti e i miei intimi sentimenti è ancora utile, quantomeno a chi ha gusti simili ai miei. Se c’è una cosa in cui immodestamente credo di non fare difetto è quella dell’indagine e della scoperta di gruppi non di primissimo piano che a qualcuno potrebbero essere sfuggiti.

Ecco che quindi vi propongo questo primo post. Un post dedicato alla primavera che va finendo e all’ennesima caldissima estate che si sta appropinquando, piena di eventi, serate alla spiaggia con una chitarra e limonate a ritmo di rilassanti sonorità da calura. Questa primavera si è portata con sé una buona dose di concerti indie in quel di Pisa. Tantissimi eventi mi hanno visto assente, ma complice il fatto che abito sopra un circolo ARCI ho potuto assistere a tanti altri memorabili live.

Questo è quindi un post di amore nei confronti di quel piccolo nido chiamato Caracol che ho scoperto da poco e già mi vede suo affezionatissimo alfiere. Raccolgo qua delle impressioni, più che recensioni, dei quattro concerti in cui mi sono posizionato in primissima fila.

Les Fauves

Istrionico quartetto dalle bizzarre sonorità, i Les Fauves sono un gruppo italiano al secondo disco della trilogia NALT. Se il disco registrato in studio è un caleidoscopio di suoni molto vari e alternativi ma che graffia poco e rimane impresso labilmente nella memoria, la loro prestazione live rende molto più giustizia al nome che si sono scelti. Specialmente tastiere e batteria sono un vera furia sul palco. E il tutto senza sacrificare le loro sonorità particolari. Di fatto sono una versione dei Jennifer Gentle con più estro creativo e meno (molta meno!) pazzia.

Momenti da ricordare:

Cantante (rivolto agli altri membri della band): “Allora adesso facciamo questa?”

Batterista: “Se la facciamo mi sa che qua si sfascia tutto” (seguito cinque minuti dopo da un rullante che si svita e vaga per il palco).

3 / 5

Zen Circus + Federico Fiumani

Gli Zen Circus sono un gruppo punk abbastanza conosciuto nelle zone pisane. “Punk” come etichetta è piuttosto riduttiva, viste le decine di influenze diverse che questi pazzi scatenati mescolano nei loro brani, non ultimo un certo gusto internazionalista. Il live è stato una vera e propria bolgia, un Caracol veramente strapieno e caldissimo. I ragazzi hanno suonato a un volume inaudito, sembrava un vero e proprio test di resistenza sulla solidità della struttura. Menzione d’onore per il finale, col cantante abbracciato alla cassa dei bassi e l’orgia di strumentazione sul palco. E menzione d’onorissima per l’ospite Federico Fiumani, voce e anima dei Diaframma, di ritorno sul palco per la prima volta dopo l’operazione. Mancava un po’ di mobilità e grinta, ma la classe c’era ancora tutta (e ha fatto sia Gennaio, con blackout, che Siberia).

Momenti da ricordare:

Cantante (al pubblico): “Beh puzzate decisamente di meno del pubblico di ieri. Magari perchè è venerdì e vi siete perfino lavati”

Bassista: “Sì, siete decisamente più civili degli altri. Però non va nemmeno essere troppo civili, ***** ***!”

3 / 5

Sara Lov

Non lasci ingannare il fatto che ho relegato questo live alla votazione più bassa del quartetto. La qualità e la bravura della Lov non è assolutamente in discussione e, anzi, sono state le uniche cose a salvare una serata storta per il Caracol. Perchè tra compleanni nell’altra stanza e perfino gente che tra il pubblico dormiva (!) non è stato possibile apprezzare le delicate e meravigliose sonorità del primo album da solista della leader dei Devics. Per fortuna che almeno c’era lei, in grado con il solo ausilio di voce e chitarra di rapirti occhi, testa e cuore e farti dimenticare di tutto quello che non andava attorno a te.

Momenti da ricordare:

Sara Lov: “Uno, due, tre… STAI ZITTOO!”

2 / 5

God is an Astronaut

Francamente la dicitura “post-rock” non mi piace molto. Non mi piace nulla che abbia un pre post o quant’altro nel nome (mi ricorda il “free jazz punk inglese” di battiatiana memoria). E però la musica così male etichettata è davvero il mio sound del 2009 (dopo che la new rave lo è stato per il 2008). E questi ragazzacci irlandesi sono uno dei gruppi, assieme ai Mono e alle note progressive dei Long Distance Calling, che meglio la sanno esprimere. Il live è stato un’altra esplosione di grinta e caldo asfissiante. Non saranno stati loro ad inventare il post-rock o ad essere i primi a creare una corrispondenza tra la loro musica e delle immagini sapientemente proiettate sul palco, ma per Diana se lo fanno bene (a parte una o due scelte scontate)!

Momenti da ricordare:

Il chitarrista, un essere assai sospetto, probabilmente l’unico essere umano che comincia a sudare non dalla fronte o dalle ascelle, ma bensì dalle ginocchia (???).

4 / 5

Saluti.

Michele

PS: Tutte le foto in questo articolo sono una gentile concessione di Maghetta.