Articoli marcati con tag ‘lars von trier’

The Last Airbender

Mercoledì, 14 Luglio 2010

Su Giornalettismo paiono avere grossa crisi: è un paio di settimane che saltano la pubblicazione della recensione che gli ho mandato. Quindi per vendicarmi pubblico direttamente qui quella che avrei dovuto spedire dopo quella che hanno già, ovvero quella che avreste dovuto leggere oggi. Si tratta di The Last Airbender, ultima fatica di M. Night Shyamalan.

M. Night Shyamalan prosegue nella traiettoria, tutta personale, della decostruzione della tradizione Hollywoodiana combattuta proprio sul terreno di Hollywood. Genio che vuole essere incompreso o cialtrone?

Il regista indiano è stato per il grande pubblico una delle più emozionanti scoperte di inizio XXI secolo. Il suo stile di regia apparentemente accessibile e una decisa propensione per il money shot d’impatto lo hanno reso popolarissimo all’inizio della sua carriera (poco importa se sia cominciata effettivamente nel 1992, per tutti il suo battesimo è avvenuto sette anni dopo). All’epoca della loro uscita, film come Il sesto senso e Unbreakable divennero cult all’istante, senza passare dal via. Il grande pubblico ha quindi sentito subito “suo” Shyamalan e ha riposto su di lui grandi aspettative e la condanna a poter solo fare remake di se stesso. Ma fin dal francamente imbarazzante Signs il regista indiano ha forse capito che quella dell’eterno rifarsi non era una strada percorribile senza scendere nel ridicolo. E ha deciso di dare una svolta alla sua carriera che definirei, pur rischiando di essere preso a pernacchie, vontrieriana. Purtroppo per Shyamalan, questa sua scelta ha esibito lui alle pernacchie, e sono abbastanza sicuro che l’accoglienza che il grande pubblico ha riservato a pellicole come Lady in the water e The happening sarà ripetuta, mille volte più forte, anche per The last airbender.

Il film è un adattamento della serie animata statunitense andata in onda a partire dal 2005. In particolare il film è un adattamento integrale della prima delle tre stagioni, denominata “Book of Water”. In pratica si tratta di un accrocchio abbastanza pasticciato di mitologie orientali che spaziano dall’India alla Cina alla sempre verde, e dal mai abbastanza deprecato abuso, della simbologia dei quattro elementi (aria, acqua, terra e fuoco). Ma d’altronde anche la serie televisiva era della stessa pasta, quindi poco c’era da rovinare. La storia tratta dell’Avatar, un essere leggendario in grado di parlare con gli spiriti e mediare la loro guida sulle quattro nazioni del mondo, ognuna simboleggiata da uno degli elementi e patria dei “bender”: uomini in grado di manipolare il proprio elemento per combattere. Cento anni prima dell’inizio del film, la reincarnazione dell’Avatar scompare senza lasciare traccia. La pellicola parte proprio dal ritrovamento dell’Avatar nella nazione dell’Acqua del Sud, da parte di una coppia di fratelli. Aang, l’Avatar, viene poi rapito dalla nazione del Fuoco, che si scopre essere responsabile dello sterminio del popolo dell’Aria e desiderosa di distruggere l’Avatar per espandere il suo dominio sul mondo intero.

E’ meglio mettere in chiaro subito una cosa: The last airbender non vi piacerà. No, è inutile anche solo provarci: uno lo può apprezzare per alcuni motivi, ma non è possibile che gli piaccia. Innanzi tutto è un film montato letteralmente a caso: durante i combattimenti ad esempio i personaggi si trovano in una situazione e al successivo stacco di montaggio si trovano da tutt’altra parte con tutt’altri nemici da affrontare. E’ poi scritto anche peggio. A parte le continue infrazioni alla regola non scritta dello “show not tell”, ogni tanto scivola in scene che fanno rimanere letteralmente basiti: Shyamalan (autore anche della sceneggiatura, ricordiamo) non si prende la briga nemmeno di fare una scena di tre minuti per far capire allo spettatore che Tizio si innamora di Tizia, ma appena presenta il personaggio di Tizia ti dice col voice off “E Tizio se ne innamorò”, inquadrando il suo sguardo languido. Lasciamo poi perdere gli abbozzi di scenette comiche, oppure il fatto che ogni sacrosanto personaggio deve spiegare a parole nei dialoghi i suoi stati d’animo e il suo background, ve ne prego. D’altronde stiamo parlando di un film in cui una fusione tra l’India e gli All blacks (la nazione del fuoco è capitanata dal mai troppo osannato maori Cliff Curtis) è intenta ad abbrustolire degli esquimesi fricchettoni (le due nazioni dell’Acqua) e una versione non comunista dei cinesi (la nazione della Terra). Insomma, dai.

Tutti questi elementi stanno al cinema come La Febbra (“Sciamalaiaaa!”) sta al Sesto senso. Sembra fin troppo facile giudicare un film del genere. Quindi ci deve per forza essere qualcosa che ci sta sfuggendo. Se ci si sofferma a pensare com’è impostata la filmografia di Shyamalan, come proposto nell’introduzione di questa recensione, ci si deve rendere conto di una cosa. C’è un senso di continuità, di evoluzione guidata, di pianificazione della sequenza dei film realizzati dal regista indiano. Parte da una regia che più Hollywoodiana non si può (Il sesto senso), la porta al suo esacerbarsi e al marcire (Signs), la ribalta in una bella (meta)critica cinematografica (Lady in the water) e infine la prende sonoramente per il culo (The happening) e noi con lei. Non a caso la situazione complicata tra Marky Mark e il ficus di plastica è diventata un meme su Internet troppo gusto per esimersi dall’irresistibile citazione. Ma non lo tiro in ballo per rimarcare l’ovvio. Quanto per fare notare come, visto con gli occhi della parodia a volte implicita a volte esplicita, c’è più sugo in The happening che ne Il sesto senso e Unbreakable messi insieme.

A questo punto vien ancora di più da sottolineare il paragone con cui ho aperto il paragrafo precedente: è vero che The last airbender sta al cinema come La Febbra sta al Sesto senso, nel senso che è superiore a ciò di cui è parodia perché dietro la sua stupidità è intelligentemente divertente e insospettabilmente colto (proprio come gli esordi di Maccio Capatonda). La domanda se The last airbender è effettivamente la schifezza che sembra sorge spontanea anche quando si vedono alcuni dei temi trattati. Viene sottolineata più di una volta la paura del protagonista di diventare un simbolo, di dover sacrificare se stesso e l’intera vita “normale” a cui aspira per divenire il punto di riferimento di un intero mondo, un peso in grado di schiacciare la testa di chiunque.

E Aang che rifiuta di essere l’Avatar non è forse lo Shyamalan che, schiacciato dalle richieste di girare un famigerato “Il sesto senso 2”, si rifiuta di essere il punto di riferimento per lo stato dell’arte del colpo di scena? Non è forse lecito aspettarsi da chi prima prende a pernacchie la critica (Lady in the water) e il suo pubblico di nicchia (The happening) un coro di pernacchie anche per il grande pubblico Hollywoodiano? Il suo percorso lo ha portato su territori vicini a quelli di Lars Vont Trier: lo sberleffo e la provocazione fine a se stessa. Il regista danese, pur nei suoi eccessi (Antichrist, Il grande capo, Dogville, Le cinque variazioni), rimane sempre in grado di girare malissimo tecnicamente, ma oltre il divino per quanto riguarda tutto il resto che gravita attorno al mondo del cinema. Shyamalan ne è quasi il totale opposto, con le sue riprese ancora lontane da un’autorialità indipendente da Hollywood. Insomma: due sono le ragioni per salvare, se lo si vuole, The last airbender. Una è la classica “Talmente brutto che è a un passo dal sublime” (è una citazione), l’altra è l’autorialismo alla Von Trier. Sfortunatamente non sono del tutto convinto della seconda.

Saluti,

Michele

Neural G-Spot

Giovedì, 25 Febbraio 2010

Qualche tempo fa mi sono letto un articoletto come ne girano tanti per il web da qualche anno a questa parte. L’articolo è questo qua: http://www.wired.com/magazine/2010/01/pl_brown_gspot/

Per chi non ha voglia di leggere (non ne avrei voglia nemmeno io…) un brevissimo riassunto. L’articolista paventa l’avvento di una macchina che, collegata direttamente all’encefalo dello spettatore (ammesso di trovarne uno), registra i picchi di attività elettrica. In tal modo si possono individuare i momenti in cui attenzione e partecipazione emotiva rispetto a ciò che si sta guardando raggiungono i propri massimi. Le applicazioni suggerite sono ovvie: in tal modo una casa di produzione potrebbe sapere esattamente quali elementi di una pellicola sono i migliori in quanto ad appagamento della “mens populi” (nemmeno si aspetta più la vox).

Senza correre il rischio di prendersi troppo sul serio (il taglio di questo post mi sembra ovvio, per di più il taglio stesso dell’intero blog mi sembra ancor più ovvio…) un paio di considerazioni comunque me le sono fatte.

La prima riflessione che mi viene in mente è che, viaggiando con molta fantasia e stando staccati dalla realtà, con questo sistema la massa di spettatori sarà posta in una situazione profeticamente e profondamente anticipata da Tarkovskij. Da come viene immaginato infatti questo sembra nè più nè meno del cuore della Zona. Anche usando questo articolo come un semplice spunto, è possibile ipotizzare che con una tecnologia del genere lo spettatore medio si sentirà come il Porcospino? Schiacciato da quanto miseri si scoprono essere i suoi desideri più reconditi? Oppure il “more of the same” che brama gli farà spegnere definitivamente la lampadina?


La seconda riflessione invece sta più legata con i piedi per terra. Hollywood è alla disperata ricerca di una cosa del genere, che sia davvero prossima ad arrivare o meno. Il 3D (Avatar?) e lo stile da trailer videoclip (Tony Scott?), come suggerito anche dall’articolista, viaggiano in questa direzione. L’intimo sogno del produttore è avere una scatola che rende la famigerata automavision di Von Trier una profetica realtà.

Il post scanzonato e incompleto termina bruscamente qua, come una tarantiniana missing reel piazzata proprio in fondo. Più che dare risposte, ci interessa creare domande*.

Saluti,

Michele

* Veramente troppo facile capire da questa frase quanto poco tempo e quanta poca voglia avessi di aggiornare il blog?

(Anti)christ-mas?

Sabato, 19 Dicembre 2009

Ci siamo cascati anche noi. Lungi dal volerci mischiare alla becera folla (quale siamo, pur essendo in due) del Natale dei buoni sentimenti, anche FiveObstructions si piega alla moda dello “special Natalizio”. Nella variazione che troverete nel sito, però, cerchiamo di concederci alla tradizione del popolo, ma soprattutto a quella del sito. E dunque vi presentiamo una succosa variazione di film natalizi senza il Natale.

Il che ci porta a formulare un’altra, profonda e inquietante domanda. Una domanda dai risvolti epici per l’Umanità intera e con cui vi lasciamo alla lettura della variazione. E se il Grinch invece di Jim Carrey fosse stato Lars Von Trier? Ci avete mai pensato? Sapevatelo, su Five Obstructions!

Saluti,

Michele

PS: Five Obstructions non ha comunque ancora chiuso per questo 2009. Prima del 31 Dicembre ci saranno ben due post celebrativi anche della fine di questo lungo anno che abbiamo appena attraversato. I seguaci di Lars non vanno mai in vacanza, per il semplcie motivo che anche quando sono a lavoro non fanno un cazzo!

Happy birthday uncle Lars

Lunedì, 5 Ottobre 2009

Ebbene sì: oggi è il compleanno del vostro Lars preferito. E non sto parlando del bonaccione von Trier, che le sue 54 primavere le vedrà compiersi il 30 Aprile prossimo. Sto parlando del vostro adoratissimo sito di cinema: Five Obstructions. Era l’inizio Ottobre del 2008 quando, dopo una lunghissima gestazione partita il Dicembre precedente, questo progetto cominciava a compiere i suoi primi vagiti. E, come il sottoscritto, già dalla nascita si capì che era un gran rompicoglioni.

(A tal proposito il primo vero aneddoto personale su questo impersonale blog. Appena rientrata dall’ospedale dopo la mia divina natalità, mia madre si rese conto che per due mesi non ho fatto altro che rompere i suddetti. Ritornata all’ospedale espose i suoi dubbi: “Questo bambino piange in continuazione!”. E la dottoressa, occhio lungo che aveva già capito che buttava male, anzi malissimo, rispose: “Indietro non li ripigliamo”).

Andiamo quindi a vedere un po’ più da vicino che cosa abbiamo combinato in questi 365 giorni. Abbiamo elaborato 32 variazioni, di cui una in doppia puntata (la prima, ché son pigro). Contando anch’esse nell’aggiornamento del sito abbiamo un totale di 109 post/aggiornamenti (includendo quest’ultimo). Centonove. Centonove è parecchio, specialmente per uno che pensava di non riuscire a metterne in piedi dieci. E, badate bene, ho detto semplicemente “metterne in piedi”, senza aggiungere “decenti”, dato che di post decenti, qui dentro, non se n’è ancora visto uno.

E proprio per festeggiare questo anno e questo non aver fatto nemmeno un post decente che dedico l’aggiornamento al peggio del peggio di Five Obstructions. I link che vi vado a presentare ora sono quanto di più memorabile ha fatto Five Obstructions nel poco tempo che gli è concesso, e d’ora in poi saranno registrati a imperitura memoria nella colonna destra di questo blog. Siamo pronti per questa nuova serata di gala in attesa di quella, in preparazione, per la chiusura del 2009? Via con i premi.

Oh no! Ancora!

Il premio “Oh no! Ancora!” viene assegnato al concetto più molesto e ripetitivo che sia mai stato affrontato sulle virtuali pagine di Five Obstructions. Tutti voi sapete di cosa sto parlando. Ebbene sì: ritira il premio la variazione sul Mise en abyme! Quanti ricordi! Effettivamente troppi. Basta mise en abyme per almeno tre anni: mi devo disintossicare.

Postmoderno Metablogghistico

Non chiedetemi perché, ma cercando Postmoderno Metablogghistico su Google la prima immagine che viene fuori è quella che vedete qui sopra. Che Dio (o il suo messaggero sulla terra: Google) stia cercando di dirci qualcosa? Boh. Comunque qui premio il post sul blog che parla di altri post di blog. Insomma tutti quei riempitivi che metto per coprire con un finto aggiornamento il sito tutte le volte che Damiano non mi manda in tempo la playlist. Di sicuro il migliore è stato quello dedicato ai mostri giapponesi del cinema.

Lars d’Argento

Ci stiamo avvicinando al momento clou della premiazione. Nel frattempo cominciamo con i secondi posti. E nella fattispecie la seconda variazione più bella, per idea e realizzazione, che ho partorito. Si tratta di Cani che dirigono cani, un titolo geniale, fulminante, al livello di format televisivi quali Animali veloci, bambini lenti. Che classe, signori.

Chinaski d’Oro

Chinaski l’è un bravo guaglione sempre piacevole da leggere nonchè una delle più acclamate blogstar (ma ho davvero usato quel termine? Brividi). Con questo premio (una copia omaggio di Ristorantopoli, che festa…) intendo chiamare sul palco il miglior post scritto sul blog. Ed è tragicamente comico che questo post sia a sua volta un collage di best of, ovvero il Grand Galà 2008, con cui ho registrato il meglio e il peggio della scorsa stagione cinematografica.

Lars d’Oro

Non c’è davvero tempo per la suspence. Anche perché lo sapete tutti. Tutti sapete qual è stata, indiscutibilmente, la migliore variazione di questo primo anno di Five Obstructions. Bando alle ciance e salga sul palco Il Male non può vincere perché ha un pessimo reparto di gestione delle risorse umane. Standing ovation.

Sipario.

Saluti,

Michele

Antichrist

Mercoledì, 27 Maggio 2009

Riassunto del film: Von Trier decide di far elaborare allo spettatore il lutto del rapporto che ha con l’”altro” e lo fa mediante due maschere. Maschere che perdono il frutto della propria unione mentre cercano di perpetrarla. Da quel momento comincia un sofferto cammino da parte del protagonista psicanalista nel cercare di tirare fuori la moglie dal suo stato di schock. E “sofferto” è decisamente il termine più adatto.

Premessa alla recensione: le cose da dire su questo film sono tante. Troppe direi, per essere raggruppate in un testo organizzato. Le lascerò fluire attraverso alcuni paragrafi in seguito, volutamente senza un ordine prestabilito. Farò salti avanti e indietro, considererò le stesse cose con una certa ridondanza tralasciandone altre. Perchè questo è Five Obstructions e questo deve fare quando approccia un parto della mente che l’ha ispirato.

Antichrist prima di tutto è un horror. Non lo si può certo negare. Più difficile è però definire esattamente “che tipo” di horror sia. Ha delle parti certamente surreali, psicologiche, perfino commercial-slasher alla Martyrs. E ognuna di queste parti è capace di inserirsi omogeneamente nelle precedenti e nelle successive formando un tutt’uno che nega i suoi atomi costitutivi per affermare la sua unicità. Non esiste un altro film come Antichrist, questo è sicuro.

Il risultato è profondamente disturbante, perchè lo zio Lars è capace di spingere sul pedale dell’acceleratore della violenza (psicologica e fisica) come pochi altri. Impressiona meno della scena madre di Epidemic, di un disturbante quasi ai livelli del Salò di Pasolini, ma condivide con essa tutte le fondamenta su cui poggia il progetto. Fondamenta anarchiche, scherzose e ironiche, profonde esagerazioni di quell’esorcismo che l’horror è da sempre chiamato ad eseguire sulle paure e sui mostri che ci crescono dentro giorno dopo giorno. Se non ci fosse l’horror saremmo tutti un po’ più mostri. Se in Epidemic questo era spiattellato in faccia (la sceneggiatura che prende vita), qui siamo a livelli molto più sottili e universali.

Ne esce un film che è certamente più debole a livello organizzativo. La struttura scelta prevede l’utilizzo delle classiche fasi di elaborazioni del lutto (altra splendida idea meta-narrativa: perchè l’horror ci fa elaborare il lutto della nostra anima), scelta che si porta con sè una certa dose di sbadigli nella prima parte del film. Non tutto è da buttare (affatto!) in quanto ci sono dei precisi innesti alla maniera di Mulholland dr. che tengono lo spettatore sul chi vive: qualcosa sta per esplodere, questo è certo.

Un’elaborazione quindi del dolore interno a una persona, che segue cadenzate fasi di maieutica di questo dolore. Piano piano viene alla luce nel terzo capitolo tutto il castello di cui fino ad allora si intravedeva qualche pietra nascosta nell’edera. E’ il rapporto con il complementare a spaventarci, l’opposto che è proprio “opposto” da “opponente”, “nemico”. Un rapporto fatto di un carico di perversione che Von Trier stesso sente fluire sulle sue spalle.

E’ da qui che parte un’altra idea geniale, che dà titolo e stile al film: il richiamo medievale. Analizzando puramente l’operazione estetica non si può far a meno di notare la perfezione. Perfezione nel ricreare situazioni e atmosfere che fanno parte di un passato recondito dell’animo umano, qualcosa che quando lo vedi sai essere sempre stato reale e presente “da qualche parte”, ma che pensavi essere perso per sempre ormai nelle spirali del tempo. E Von Trier l’ha ripescato con una maestria che sorprende ancora di più pensando a quanto incapace si sia mostrato in passato in quasi tutti gli aspetti del comparto tecnico dei suoi film. Atmosfere che fanno ripensare all’Andrei Rublev o allo Stalker del Tarkovskij a cui, senza sorpresa, è dedicato il film.

Ma la violenza medievale, il sesso sporco (la scena dell’amplesso sotto l’albero, ma anche la conclusione coi cadaveri intrecciati nei cespugli) vanno oltre, nel suggerire nuovi livelli, ancora più terribili, in cui avviene il contrasto col nostro opposto. Non sono quindi mera tecnica fine a se stessa.

Concludo (anche se non vorrei) con l’esaltazione di uno degli aspetti del film che potrebbero essere erroneamente catalogati come difetto. Ovvero l’impersonale recitazione dei due protagonisti e i dialoghi completamente slegati dalla realtà e quasi “stupidi”. Queste sono considerazioni solo superficiali che non considerano il fatto che gli attori, in particolare Dafoe, sembrano essere costantemente coscienti di non essere persone, ma interpreti, vasi, tubi attraverso cui fluisce qualche cosa di altro. Non è un caso infatti se nessuno dei due ha un nome: sono maschere, caratteri, archetipi di una storia eterna e più grande di loro.

Insomma il film sa di essere tale e si prende delle libertà nei confronti dello spettatore come nella scena iniziale dell’ospedale, in cui frettolosamente Von Trier dedica la sua attenzione ai gambi dei fiori nel vaso. Sembra quasi voler fare il verso al Lynch di Inland Empire, e male verrebbe da aggiungere. Se non fosse invece qualche cosa di completamente diverso, che con le masturbazioni lynchiane non ha nulla a che vedere. E’ un anticipo, un assaggio di dove andrà a finire il film.

E cioè in qualcosa che ho già detto prima (vi avevo avvertito che era una recensione sincopata). A me non resta che abbandonarvi a un numero privo di significato, conscio di aver scritto meno della metà di quanto avrei voluto (e data la lunghezza di questo sproposito spero che almeno mi ringrazierete per questo pudore nell’ammorbarvi ancora di più).

5 / 5

Saluti,

Michele

Awesome!

Mercoledì, 20 Maggio 2009

Questo è un post scritto spudoratamente e vergognosamente per prendere tempo. La prossima variazione non è ancora pronta (ovviamente è tutta colpa di Damiano, questo era inutile puntualizzarlo) e quindi ho deciso di cincischiare come si fa in tutti i cinema. Ovvero con la pubblicità prima e con i trailer poi. Giusto per allungare il brodo.

E allora, se guardiamo per un attimo il futuro prossimo venturo, che ci attende nelle comode poltroncine del cinema di fiducia, notiamo che sta per arrivare Transformers 2, ad opera di quel mattacchione di Michael Bay. Un sito snob e intellettualoide come il nostro non può esimersi dall’apprezzare a fondo il trash e la assurda classe di un regista come Bay, ampiamente prevedibile, ma in grado (quando vuole) di regalare al cinefilo le ficate più fichissime mai realizzabili. Come sottolineato da questo simpatico e vecchissimo spot, che con intelligenza e goliardia riesce a catturarne il vero spirito (leggasi: un perfetto uso del testimonial pubblicitario, come raramente se ne vede).

Bingo!

Adorabile. Ma passiamo ai trailer. Di sicuro Il posto in prima fila spetta allo zio Lars, che sta per arrivare al cinema con la sua ultima fatica: Antichrist. Inutile dire quanto attendo questa ulteriore prova del mio danese preferito.

Se non è awesome questo, francamente non saprei dire cosa altro lo è.

Secondo trailer della giornata è quello del fantasmagorico Mega Shark vs Giant Octopus. Per tutti coloro che dopo la visione rimarranno scettici sul fatto che sia il trailer di un vero film e non solo uno scherzo consiglio una visitina alla scheda IMDb del film.

Questo è un perfetto esempio dell’evoluzione del trash nel XXI secolo. Una volta tutto era fatto con imbarazzanti pupazzi di pezza, ma le nuove frontiere stanno nel 3D e nella computer grafica plasticosa. Tra l’altro mi preme sottolineare la presenza in questo film dell’immortale Lorenzo Lamas, un vero e proprio luminare dell’action trash più puro (film come Killing Cupid e Atomic Truck non si fanno certo per caso), degno comprimario dell’altro Mito: Michael Paré (presente in film quali Komodo vs. Cobra o I professionisti del pericolo… No, sul serio… Senza parole).

Chiudiamo in bellezza questa carrellata di ficaggine con probabilmente l’unica cosa buona che ha provocato l’uscita dell’ultimo film su Wolverine. Ovvero il suo riassunto in trenta secondi.

Brutta cosa non avere niente da dire. Ma anche oggi ce la siamo cavata grazie al sempre fedele YouTube. Sia tu sempre lodato!

Saluti,

Michele