Articoli marcati con tag ‘rock’n’roll’

Trailer Fight #11: The Real Rocknrolla

Martedì, 9 Marzo 2010

Prendo in prestito il titolo del (probabilmente) fittizio sequel del penultimo film di Guy Ritchie per questa nuova trailer fight fiammante e trasgressiva. Oggi parliamo di tre cose, che vanno solitamente di pari passo: gioventù, ribellione e rock. Sembra quasi di essere tornati indietro nel tempo a sentire queste parole. Il cinema, fortunatamente, sa farlo molto meglio dell’umanità. Gli ostacoli di questa trailer fight sono dunque:

  • Trailer
  • Storie di ribellione
  • Storie con protagonisti giovani
  • Storie in cui il rock ha un ruolo importante

Quali film prossimi venturi soddisfano queste quattro regole? Probabilmente molti, ma ho deciso di sceglierne in particolare due che pur avendo così tanti punti in comune riescono ad essere dei prodotti diversissimi. Il primo è un film iraniano, dalla produzione sofferta tanto quanto le vicissitudini dei suoi protagonisti: No One Knows About the Persian Cats. Il secondo è un classico teen rock movie statunitense, con protagoniste le due ragazzine emergenti come belline e perfettine: Dakota Fanning e Kirsten Stewart si dividono la leadership di The Runaways.

No One Knows About the Persian Cats

The Runaways

L’iraniano No One Knows About the Persian Cats è una storia che pare avere ben poco di originale. Questa è una considerazione triste non tanto per il mondo del cinema quanto per quello reale: le storie di regimi oppressivi sono ormai talmente scontate da essere stereotipo dell’umanità. Vedendo il trailer la mente corre senza troppe difficoltà a un altro affresco ben realizzato del regime iraniano, quel Persepolis attraverso cui Marjane Satrapi aveva tanto, forse troppo, da dire. La storia che traspare da questo film pare essere dipinta con molta più efficacia. E’ una storia con cui finalmente si riesce a dire qualcosa di sensato e attinente alla parola “indie” (e questo, credetemi, è tutt’altro che scontato): indipendenza da un regime, che sia politico o culturale. La bella scena che si annuncia, del concerto sotterraneo schermati da un protettivo pavimento, dà un ulteriore motivazione semantica all’altra parola, l’underground, che rende il rock così affascinante. Indipendenza, ribellione, pericolo, segreto: questo film sembra avere tutto per essere un dipinto del vero rock’n'roll che fa infiammare e appassionare la gente. L’unico rischio è che la scuola iraniana lo influenzi troppo, perchè uno stile di ripresa alla Samira Makhmalbaf o alla Jafar Panahi (che comunque non sembra avere) non gioverebbe molto a questo genere di film, che nasce come una freccia rivolta all’Occidente per colpire il se stesso Orientale.

The Runaways ha apparentemente tutto quello che il nostro immaginario collettivo di rock contiene. Hot chick, ribellione giovanile, party esagerati, orde di fan urlanti. Tuttavia si vede che c’è qualcosa che non va. E’ un rock della decadenza finale, che si nutre solo di un autarchico se stesso, perdendo tutte le cariche di liberazione che vorrebbe avere. Dakota Fanning che si pittura la faccia in apertura è uno sciocco clichè, e il trailer prosegue nel mostrarci una storia senza alcuna capacità eversiva. Il target del film è chiaro: guardare le cosce di due giovanissime bonazze emergenti e rimanere intrappolati nel sogno di essere una rock star. Nel desiderare e sognare di essere al loro posto, al centro dell’attenzione. Mi gioco senza alcun problema il futuro ravvedimento dell’una e perdizione dell’altra, come se avessi già visto il film. Decadenza dunque: finto rock, finto spirito ribelle. Vero conformismo e guinzaglio che il Potente, come insegna il pur pieno di difetti School of rock, sa usare in maniera assai subdola.

Anche io sono stupito, ma quest’oggi l’Iran batte gli Stati Uniti.

Saluti,

Michele

I love Radio Rock

Giovedì, 23 Luglio 2009

Mentre torno da Atene godetevi l’ultima recensione scritta di mio proprio pugno su Giornalettismo. Si torna indietro negli anni ‘60 per respirare l’aria del Rock’n'Roll nel freddo Mare del Nord. Enjoy!

Saluti,

Michele

Rock’n'Rolla

Martedì, 28 Aprile 2009

Guy Ritchie is back, with a vengeance.

La trama è sempre la solita. Ci sono un sacco di personaggi folli e privi di ogni logica che si devono soldi, favori e un sacco di mazzate l’un l’altro a turni alterni lungo cento minuti di puro pulp. Questo è il vero Guy Ritchie, prendere o lasciare, e questa è la sua chiusura della trilogia del Lock and Stock (questo film si potrebbe tranquillamente intitolare “Lock and Stock and one russian painting”).

Eh si perchè il nostro folle pulp-eggiatore inglese preferito si è finalmente liberato dai legami dell’avida arpia poppettara e finalmente è tornato a fare la (unica) cosa in cui è bravo: un lungo ed estenuante videoclip ripieno di tutte quelle gustosità taglienti e violente che tanto soddisfano i nostri palati delicati. Niente più servizi alla bionda ex-mogliettina con il remake di Swept away: questa volta si fa sul serio.

Questo Rock’n'Rolla potrebbe deludere però i fan senza sè e senza ma di The Snatch. Perchè di fatto è meno estremo e ha un ritmo decisamente più quieto e meno urlato del film più celebre di Ritchie. Si potrebbe dire che la sua ultima fatica rappresenti un sofferto e delicato equilibrio tra il suo lavoro principale e l’ultimo Revolver. Quest’ultimo fu un clamoroso insuccesso, in quanto prodotto senza anima e senza talento, colmo di una presuntuosa e noiosa serietà.

Ritchie, diciamocelo, non è una cima. E’ un regista “cool”, furbo e bravo nel dare al pubblico ciò che vuole. Ma oltre alla facile risata e alla violenza divertente non sa andare. E quando si è privato delle sue armi migliori ha dimostrato quello che vale. Poco e niente. Con Rock’n'Rolla torna quindi nel suo seminato e lo fa con alcune scene certamente gustose e realmente divertenti (la scena degli schiaffi, fantastica, ma ancor meglio l’inseguimento dei russi).

Ma il fan duro&puro può rimanere con la bocca asciutta. Perchè? Innanzi tutto il primo difetto del film è che Ritchie sembra invecchiato. I titoli di testa sono magnifici, ma per arrivare al primo vero guizzo di sceneggiatura bisogna aspettare un bel po’. Inizia con la solita carrellata di personaggi e si nota subito che quelli scaturiti dalla sua penna questa volta sono assai meno caratteristici e intrigati del Turco e di Testarossa, o del rimaiolo ambulante di Lock & Stock (Butler peraltro non ha affatto la presenza scenica esplosiva di Statham).

Dopo le presentazioni di rito cominciano i fatti. Mezzo sorriso di qua, un’inquadratura di gran classe, una risata fragorosa. Ma tutto molto dilluito. Si nota quanto sofferta sia la mediazione che Ritchie ha in mente. E se qualcuno può sbadigliare io rimango comunque piacevolmente impressionato da chi conosce i propri limiti e cerca di affinare (e raffinare) i suoi grezzi punti di forza per evitare di continuare a copiare se stesso.

Già, perchè con i due protagonisti indebitati, la strizzata d’occhio del quadro (non riuscita citazione alla valigetta di Marcellus Wallace in Pulp Fiction) e il vecchio padrone oscuro della città la sensazione di deja vu era molto più di una sensazione: era un fatto. Nei primi dieci minuti si ha la sensazione di aver già visto tutto e di poter prevedere ogni singolo sviluppo della trama. Alcune parti sono prevedibili, questo sì (la già citata scena dell’inseguimento dei russi), ma meno di quanto non si possa temere.

Promossa quindi la regia barocca, promosso un cinema leggero fatto di sorrisi e sparatorie. Perchè alla fine di questo film non c’è molto da dire. Sono soldi ben spesi, un intrattenimento che strapperà per qualche minuto le vostre teste dai problemi che vi aspettano fuori dal cinema. E per stasera questo mi basta.

3 / 5

Saluti,

Michele