Variazioni

Cosa resterà di questi anni 90 #2

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1 - Jurassik Park
2 - Titanic
3 - Armageddon
4 - Il sesto senso
5 - Il banchetto di nozze
6 - Pulp fiction
7 - Titanic
8 - Hana-bi

Seguito della acclamata (?) variazione di qualche settimana fa sui grandi successi di pubblico degli anni ’90, questa variazione vuole andare ad esplorare l’altra faccia della medaglia. Ovvero i film che hanno riscosso un successo di critica. Ciò che vi propongo è più sottile della precedente variazione: se, fondamentalmente, il pubblico è uno (anche se composto da eterogenee provenienze culturali: parliamo del pubblico americano o di quello italiano?), la critica non lo è affatto. Ci sono approcci completamente diversi all’interno del pensiero critico riguardante qualsivoglia forma d’arte e di espressione. Per questo bisogna cercare di cogliere questo ventaglio critico nell’ottica più eterogenea possibile: chi vince a Berlino (che ha un’impostazione che incoraggia la “denuncia sociale”) spesso lo fa attraverso criteri e modalità molto diverse rispetto a chi trionfa agli Oscar (fondamentalmente film di pulizia tecnica e da alti budget) o a Venezia (i cinesi). Questo è l’obiettivo della variazione: dare un’occhiata a questo ventaglio dal ’91 al 2000.



1 - Jurassik Park

Il film di Spielberg rappresenta forse uno dei tanti padri morali degli anni ’90. E’ la fine del cinema anni ’80, quindi dell’effetto kitsch e della soluzione preconfezionata che deve durare un’inquadratura stretta di pochi secondi. Con Jurassik park si cominciano le corse a perdifiato in enormi campi renderizzati, si comincia a puntare sull’effetto che deve stupire non in quanto in sé, ma in quanto parte del tutto.
E’ la ricerca a tutti i costi dell’”effetto wow”, molto più potente di quella vista negli anni ’80 in cui l’attenzione aveva al suo centro l’uomo e il corpo (vedi Predator, ma anche tutto il cinema di Cameron da Terminator, ad esempio). Di fronte a un tirannosauro l’uomo scompare come piccola particella del caos. Non è un caso se i protagonisti sono Sam Neill e Jeff Goldblum: non certo una coppia di Schwarzenegger!
E’ da imputare a Jurassik park e a film del genere se ormai il cinema mainstream di Hollywood è un patinato in cui solo per caso ci sono facce di attori veri in mezzo ai render di un computer. Questo non è necessariamente un male di per sé se i prodotti avessero una loro indipendenza e valenza autonoma. Ciò purtroppo non è sempre vero, e il mare magnum della piattezza per un intrattenimento fine a se stesso trova qui le sue radici da estirpare.

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Voto (2/5):


2 - Titanic

Come ogni film di Cameron che si rispetti, anche Titanic ha tutto per piacere al grande pubblico. Se facessi una variazione con un campione di incassi o di considerazione nell’immaginario collettivo per decade, probabilmente potrei farla solo con film di James Cameron. Che cosa rende i suoi film così incredibili macchine per fare soldi?

Intanto c’è la storia semplice. Lui ama lei, il mondo li ostacola. Più lineare di così si muore. C’è poi uno stile di regia pomposo, ma non autocompiacente, chiaro ma sostenuto, avanzatissimo tecnologicamente ma al servizio di un’apparenza tradizionale. Tutte note stilistiche che mandano in estasi i neuroni di chi al cinema cerca solo intrattenimento e pochi pensieri. Nel caso di Titanic abbiamo anche lo status symbol del momento, Leonardo “Bistecca” Di Caprio. Il momento più basso della sua carriera, che da quel momento in poi si sarebbe rivelato un disperato tentativo di rimettersi in piedi un’immagine che per tutti era diventata solo “il figone che piace alle bimbe protoemo”.
Ciò che affascina di Titanic è che si immedesima perfettamente negli anni ’90 al punto da esserne quasi simbolo. Al contempo è impossibile non notarne i punti in comune con gli anni ’80 (Terminator) e gli anni ’00 (Avatar) di Cameron: un’immutabilità che sembra prescindere lo spazio (cinematografico) e il tempo.

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Voto (1/5):


3 - Armageddon

Come detto e ripetuto più volte, Armageddon è Michael Bay nella sua forma più pura e isolata dalla maggior parte dei suoi (enormi) difetti. Assieme all’altrettanto puro, ma non così ben riuscito, The rock, Armageddon rappresenta tutto il cinema migliore di Bay. Dall’altro punto di vista, Bay è, se non il padre, almeno lo zio degli anni ’90. Sommare le due cose fa diventare Armageddon la poetica totale che ha imperato dal 1991 al 2000. Agghiacciante.
Abbiamo davvero vissuto una decade del genere? La decade del “c’è il tipo buffo, l’arrapato, il belloccio con la bellona, il superuomo tutto d’un pezzo, lo straniero divertente e il nero gigante”? La decade del “pretendo che le assurdità della fisica siano credibili”? La decade del “non importa cosa succede ma ci sarà sempre un discorso del presidente degli Stati Uniti al tramonto quando decolla qualcosa”? La decade del superuomo a stelle e strisce che fa buchi nei fondali marini e salva il mondo da un asteroide perché la Nasa non sa andare a fare un buco nello spazio (poi ci si sorprende della chiazza di petrolio nel golfo del Messico: per forza! I trivellatori bravi vanno nello spazio)? La decade, Dio ci salvi, di BEN AFFLECK?!

Sì, c’è stata. E, al contrario di quanto cantano gli Afterhours, ne siamo usciti vivi. Un po’ acciaccati, ma vivi. E allora la domanda che vi chiedo è: un film che riesce ad ammassare una tale quantità di elementi tipici di un’epoca può essere considerato brutto? Sì: è orrendo. Ma è un accrocchio talmente brutto che sembra un capolavoro d’arte moderna. Michael Bay: ripensaci. Dopo Armageddon è stato un fallimento continuo. Per la prossima decade torna ai ’90. Lascia stare i Transformers e dacci Bad boys 3 con Will Smith e Silvio Muccino.

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Voto (4/5):


4 - Il sesto senso

Il sesto senso, uscito nel 1999 e primo lungometraggio di M. Night Shyamalan ad aver ricevuto attenzione dal grande pubblico, segna praticamente il colpo di scena della trama chiamata “anni ’90”. A modo suo è un film che racchiude sia la fine della poetica degli anni ’90, sia l’inizio di una filmografia che definire paradigmatica è usare un eufemismo.
M. Night Shyamalan è infatti un regista di pura appartenenza agli anni ’00 e in questi anni ha disegnato una parabola ideale finita con la parodia di se stesso in due episodi. Ad esempio con Lady in the water il suo famoso “colpo di scena finale” è l’assenza del colpo di scena. Una precisa conclusione di quanto iniziato col sesto senso: decostruzione totale dei ’90. The happening ne è poi parodia, in cui gli esasperati toni da tragedia definiti per la prima volta da questa storia di fantasmi si scontrano con un umorismo non facile da percepire.
E infatti se i toni del sesto senso risultano popolari e anticipatori della fortuna tipicamente ’00 dei fantasmi giapponesi, The happening chiude la cordata di questa decade, aprendo la filmografia a qualcosa di totalmente diverso come The last airbender. Forse a qualcuno il nuovo corso di Shyamalan può lasciare indifferente o addirittura far schifo. Eppure era necessario un cambiamento. Perchè il sesto senso rimarrà tra i film “indimenticabili”: ovvero un concetto tipicamente anni ’90 e ormai privo di significato (se mai uno l’abbia avuto).

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Voto (3/5):


5 - Il banchetto di nozze

Premiare il banchetto di nozze nel 1993 significava avere l’occhio veramente lungo su Ang Lee. Il film è molto bello, sa affrontare temi molto cari al regista (che ritornano, tanto per dirne uno, in Brokeback mountain) evitando i drammi esistenziali e trattando tutto con l’ironia che diventa uno dei caratteri principali di Ang Lee (anche se trattare il film come una commedia con Adam Sandler, quale pare dal pessimo trailer americano, è un po’ troppo).
Sa mettere in campo, inoltre, un doppio adattarsi da “stranieri”: sia l’outing omosessuale che l’outing dell’emigrante in terra straniera, che cozza con le abitudini e il sentire comune della strada. Lee sa trattare l’argomento omosessualità con la leggerezza tipico del saggio cavalcantiano, con le scene giuste che solo dopo di lui diventeranno cliché. Tuttavia confermo quanto detto in apertura: premiare il banchetto di nozze non era facile. Non era assolutamente scontata quella scommessa poi rivelatasi vincente, dell’Ang Lee come maestro non solo degli anni ’90, ma anche e soprattutto del 2000 con il già citato Brokeback mountain e Lussuria, entrambi trionfatori a Venezia (e non sono molti quelli che possono vantare ben due leoni d’oro sullo scaffale del tinello).
Tuttavia il banchetto di nozze contiene in nuce tutto Ang Lee: sia degli anni ’90 (Mangiare bere uomo donna) che oltre. E se Brokeback mountain è più un saggio tragico sul cambiamento dei tempi, questo banchetto di nozze vince a piene mani nel capitolo di godibilità e spensieratezza, aprendo un circolo chiuso idealmente da Motel Woodstock.

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Voto (4/5):


6 - Pulp fiction

Quentin Tarantino con Pulp fiction ha dato un discreto scossone al modo di fare cinema negli anni ’90, con importanti ripercussioni che si avvertono fino ai giorni nostri. Questo accade fondamentalmente per la sua doppia abilità. L’aspetto meno percepito, ma comunque famigerato, di Pulp fiction e di Tarantino in generale è la cinefilia: ondate su ondate di citazioni ricoprono il minutaggio di Travolta e compagni. Questo si traduce in qualcosa di molto meno sterile della semplice “caccia alla citazione”: è metacinema allo stato puro, un discorso culturale di ampio respiro che va a scuotere le fondamenta di tutta questa popolare arte.

A questo aspetto culturale poco percepito dai più sta anche un gusto commerciale innegabile, che rende Pulp fiction appetibile per tutti i palati. C’è una certa dose di azione, ironia a profusione e tantissimo ritmo, capace di cullare anche le menti più lontane dal piacere cinefilo delle cultura per la cultura, che comunque è soddisfatto. Reggendo queste conclusioni: perché Five Obstructions non lo promuove a pieni voti?

Due sono le ragioni. La prima è che la rivalutazione in basso del classico intoccabile del passato fa sempre bene ed è in grado comunque di far apprezzare di più quanto di bello aveva da dire. La seconda è che il seme di Pulp fiction ha sì fatto molto bene, ma anche molto male all’industria cinematografica. Il dialogo “pulp tarantiniano” è diventato una vera e propria malattia anche e soprattutto tra tutti quei cineasti e sceneggiatori che francamente non se lo possono permettere (a naso uno dei pochi a usarli nel modo giusto è il Rob Zombie de La casa del diavolo). E un albero si deve giudicare anche dai suoi frutti, non solo dal suo magnifico fusto.

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Voto (4/5):


7 - Titanic

Includere Titanic anche nei film di successo per la critica dopo l’inclusione per successi commerciali ha uno scopo evidente. Infatti serve per mettere una determinata luce di fronte a quella che viene considerata “critica” ad Hollywood. La Academy, infatti, non è altro che un organo che applica un voto di maggioranza da una non meglio precisata elite, di cui non è chiaro chi faccia parte e perché.
Il risultato sono clamorose votazioni all’unanimità come nel caso di Titanic o The hurt locker. Qui si cerca di fare luce sul Titanic trionfatore degli anni ’90, ma ben poco si può dire nel film sotto quest’ottica. Perché non c’è effettivamente quasi nessun elemento che lo possa distinguere sostanzialmente da qualsiasi altro grande trionfatore Academy di qualsiasi epoca. C’è l’effetto speciale tirato al suo massimo di lucidità in maniera prettamente finalistica (con il fine dell’abbindolo per pubblico e non visto come mezzo per una forma espressiva nuova come può essere quello di Nolan in Inception).
C’è anche il gretto divismo fine a se stesso nel voler prendere due icone in costruzione e dargli proprio quella stessa costruzione voluta dal pubblico (mai perdonerò Cameron per aver fatto sprecare a Di Caprio degli anni fondamentali per la costruzione della sua figura attoriale, fortunatamente riscattata da Scorsese). C’è infine una trama semplice e lineare, in forma ridotta per venire incontro alle limitate facoltà mentali del pubblico, almeno secondo quanto Cameron pensa del pubblico.

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Voto (2/5):


8 - Hana-bi

Ad Hana-bi si deve il definitivo affermarsi di Kitano come autore internazionale. Un premio, questo Leone d’oro, che arriva un po’ in ritardo: il grande Kitano nasce negli anni ’80 (Violent cop, ma soprattutto Takeshi’s Castle) e raggiunge il suo apice invece molto dopo (Dolls). Visto in questa prospettiva, Hana-bi è dunque un film “sbagliato”.

Come sbagliato è il suo protagonista, stretto tra i fuochi di un passato che ritorna incessantemente a tormentarlo e un presente/futuro senza speranza e foriero solo di dolore (la moglie malata). Una spirale di disperazione senza via d’uscita che non trova giovamento nemmeno nel personaggio (autobiografico) di Horibe, che vive con tranquillità la sua disgrazia attraverso l’occhio salvifico della sua arte (in questo caso la pittura).
Hana-bi è tanto sbagliato come sono stati sbagliati gli anni ’90: dopo la fine delle ricostruzioni, delle ideologie e del culto del corpo e del commerciale fine a se stesso si rimane orfani di un orrendo passato e un presente senza motivo d’essere. E per questo è l’unico film a poter essere promosso con punteggio pieno come rappresentante vero di un’epoca senza rappresentanti.

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Voto (5/5):




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